Violenza di genere ai danni di donne e bambini non solo il 25 novembre, anche alla luce della riforma Cartabia

Violenza di genere ai danni di donne e bambini non solo il 25 novembre, anche alla luce della riforma Cartabia

Avv. Luigia Barone: «Vissuti che ci raccontano la forza di dire basta e la tenacia di riprendere in mano la propria vita e la propria libertà»

In occasione della giornata internazionale della lotta alla violenza contro le donne, 25 novembre, riceviamo e pubblichiamo un’articolata lettera dell’avvocato Luigia Barone, Giudice Onorario presso il Tribunale di Catanzaro.

«La violenza sulle donne – afferma Barone – non è un fatto privato, le storie delle donne sono le storie del nostro Paese.

Storie cariche di sofferenza, di fatica e di umiliazione, ma anche di coraggio e resilienza.

Vissuti che ci raccontano la forza di dire basta e la tenacia di riprendere in mano la propria vita e la propria libertà.

Avv. Luigia Barone

Le notizie di violenze di genere continuano ad occupare le cronache con dati impressionanti, il Viminale che monitora costantemente il fenomeno continua a parlare di una donna uccisa ogni 3 giorni all’interno di una relazione intima; questi sono dati che ci restituiscono l’immagine, terribile, di una società in cui le donne subiscono violenza in casa, sul lavoro, in tutti i luoghi e i contesti in cui intendono realizzarsi».

L’avvocato Barone prosegue: «Parliamo infatti di un fenomeno strutturale e diffuso, che affonda le sue radici e si nutre della disuguaglianza di genere, della disparità di potere tra uomini e donne, dell’organizzazione patriarcale della società e degli stereotipi sui ruoli e sulle capacità delle donne, ancora molto diffusi e pervasivi.

Anche Papa Francesco condanna duramente costantemente ogni forma di violenza ai danni delle donne ricordando come “le donne sono fonte di vita, eppure sono continuamente offese, picchiate, violentate, costrette a prostituirsi e a sopprimere la vita che portano in grembo.

Ogni violenza inferta alla donna è una profanazione di Dio.

Dal corpo di una donna è arrivata la salvezza per l’umanità: da come trattiamo il corpo della donna comprendiamo il nostro livello di umanità”».

Si sofferma, quindi, su quanto è stato fatto in questi anni da Governo e Parlamento, i quali «in applicazione della Convenzione di Istanbul hanno messo in campo misure importanti di prevenzione, protezione e perseguimento dei colpevoli, ed anche di riabilitazione degli stessi, ma, nonostante ciò, non diminuiscono i reati di violenza contro le donne e in modo particolare i femminicidi: ricordiamo che quasi sempre epiloghi drammatici di storie di violenza e abusi avvengono quando la donna decide sulla sua autonomia e libertà.

Sul punto è importante ricordare – specifica – come la Riforma Cartabia abbia dato spazio e rilevanza al fenomeno della violenza di genere anche in relazione alla mediazione familiare, strumento prezioso nel caso si sia in presenza di conflitti familiari.

Dobbiamo avere ben chiaro che mediare debba essere inteso come spazio di pensiero prima ancora che come strumento per risolvere nell’immediato e contenere per il futuro per porre le fondamenta di una convivenza civile fondata su: rispetto dell’altro, riconoscimento dell’altro, responsabilizzazione dell’altro, cura/salvaguardia delle relazioni.

L’ottica quella di affidare alle generazioni future un sistema sostenibile ed effettivo concretamente finalizzato a disinnescare il potenziale esplosivo del conflitto in tutti i contesti in cui si manifesta».

Tale strumento però, commenta il Giudice Onorario «per come disposto dalla Riforma ed in stretta ottemperanza della Convenzione di Istanbul (art. 48), non può e non deve essere utilizzato quando siamo in presenza di casi di violenza di genere che coinvolgano donne ma anche bambini che, direttamente o indirettamente sono tra le vittime più impotenti in queste situazioni».

Per l’avvocato Barone è fondamentale essere in grado di riconoscere le dinamiche della violenza «perché, ove venisse derubricata in conflitto familiare si concretizzerebbe il rischio che la vittima si trovi a subire una condizione di vittimizzazione secondaria: da intendersi come un’ulteriore condizione di sofferenza e oltraggio sperimentata dalla vittima in relazione ad un atteggiamento di insufficiente attenzione o negligenza posta in essere dalle agenzie di controllo nella fase del loro intervento e si manifesta nelle ulteriori conseguenze psicologiche negative che la vittima subisce».

In una dimensione, al contempo sociale e psicologica, il processo di vittimizzazione secondaria implica una recrudescenza della condizione della vittima riconducibile alle modalità di supporto da parte delle Istituzioni, cosa che si verifica allorquando la mancanza di formazione specifica può condurre a non essere in grado di ascoltare e comprendere le istanze individuali che si proiettano sull’esperienza vittimizzante a causa di una eccessiva omologazione degli interventi.

«Sappiamo bene – prosegue Barone –  che il conflitto è un aspetto inevitabile delle relazioni umane che può presentarsi secondo diverse modalità, ma in tutte le ipotesi quello che emerge è che nel conflitto ciascun partner ha la possibilità di svolgere il proprio ruolo essendo coinvolte allo stesso livello, ovvero il rapporto è simmetrico.

Nelle dinamiche violente non esiste alcuna possibilità di ricercare un equilibrio perché è ontologicamente assente il rapporto di eguaglianza fra i genitori.

Se la violenza entra nella stanza l’asimmetria di potere compromettere irreparabilmente la plenipotenzialità richiesta ai genitori che consente loro di assumere consapevolmente e in totale autonomia le scelte relative ai termini trattati».

Quando poi alla violenza si accompagnano la paura, la vergogna, la minimizzazione e l’incapacità della vittima di cogliere esattamente la situazione in cui si trova, aggiunge Barone «il rischio è che la stanza di mediazione si trasformi in un luogo di vittimizzazione secondaria dove il genitore maltrattante riesce non solo a perpetrare la propria violenza ma a raggiungere gli obiettivi voluti perché di accordi non se ne può proprio parlare essendo a monte coartata la volontà di uno dei genitori.

Il genitore vittima, totalmente invischiato nella dinamica violenta, non sarà mai in grado di riflettere sui propri interessi e bisogni e non potrà diventare un reale interlocutore nella negoziazione.

In simili condizioni i danni anche e soprattutto per i figli possono essere incalcolabili».

Il Legislatore attraverso la recente riforma, afferma inoltre «ha inteso muoversi in un’ottica di tutela dei soggetti più vulnerabili anche al fine di individuare strumenti di tutela preventiva nel rispetto di normative sovranazionali e nazionali anche al fine di sottrarre l’Italia al rinnovarsi di censure mosse attraverso le pronunce della Corte di giustizia europea.

Una tutela reale non può che passare da una formazione capillare di tutti gli operatori che a vario titolo entrano in contatto con situazioni di violenza perché possa essere garantita alle vittime un livello di accoglienza, supporto, sostegno e tutale adeguati».

Barone conclude ricordando «che però non si può prescindere da una responsabilizzazione dell’intera società che, al di là di altisonanti proclami, deve farsi carico del problema scegliendo di non voltarsi dall’altra parte quando un soggetto subisce violenza, soprattutto nell’ambito domestico; uscire dall’invisibilità del disinteresse o dell’ineluttabilità è ciò di cui hanno bisogno le vittime hanno».

Vittoria Saccà

Vittoria Saccà

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