Saverio Caracciolo, una vita dedicata all’arte della fotografia

Saverio Caracciolo, una vita dedicata all’arte della fotografia

La tenacia alla base di una carriera ricca di successi

Saverio Caracciolo, fotografo tropeano, è l’esempio di come una passione possa diventare il proprio futuro e la professione con cui vivere; fra i suoi tanti successi, ha avuto la soddisfazione di vedere trasmesso il suo documentario “Il pastore anti lupi” dalla trasmissione Geo di Raitre, con un picco di ascolto di un milione e trecentomila telespettatori e con un aumento dello share nel momento di in cui andava in onda.

In questa bella intervista racconta per la prima volta tutti i passaggi e le emozioni vissuti per realizzare quello che era il suo sogno: rimanere in Calabria e raccontarla con le sue foto.

Tutto iniziò all’età di 17 anni, quando prese per la prima volta in mano una macchina fotografica per non lasciarla più, imparando le inquadrature ed i primi segreti da una enciclopedia comprata da sua madre qualche anno prima.

Dalle parole del compianto “Teologo”, figura storica di Tropea, al suo viaggio a Roma per perfezionarsi, dopo che la nostra Provincia ha rifiutato la sua arte, Saverio non si è mai dato per vinto e, ostinato, come chi è sicuro di quello che vuole ottenere, ha allargato i suoi orizzonti.

Per il suo corso di fotografia per ciechi ed ipovedenti ha ricevuto il sostegno di Canon Italia. Tante idee realizzate e tanti riconoscimenti che sicuramente rappresentano passaggi di una carriera importante, sicuramente ancora ai suoi albori.

on Saverio Caracciolo ci siamo incrociati spesso durante le varie mostre fotografiche da lui allestite. Sempre umile e con lo sguardo curioso, certamente lo sguardo di chi cerca oltre l’apparenza. L’ho sempre visto osservare le cose, non semplicemente guardarle. A lui l’augurio che possa ottenere altri riconoscimenti e soddisfazioni dalla sua arte, oltre che trasmettere emozioni. 

Hai sempre avuto la passione della fotografia fino a quando è diventata un lavoro. Come hai iniziato? Chi ti ha ispirato e insegnato questa arte?

Avevo 17 anni. Era il 1991. E la fotografia, per me, è stata un vero e proprio incontro… Lavoravo come cameriere in un hotel di Tropea e un giorno di luglio, terminato il servizio e preparate le sale per la cena, il direttore dell’hotel chiese a me e ai miei colleghi di rimanere ancora, per servire il pranzo a un cliente che era appena arrivato. Nessuno volle rimanere. Ma io dissi sì. Dopo pochi minuti, arrivò il cliente: un uomo alto e silenzioso, intento a prendere appunti su un taccuino. Finito il pranzo, tirò fuori da una borsa una macchina fotografica professionale e andò sul terrazzo per scattare delle fotografie. Mi incuriosì e dopo 10 minuti mi avvicinai chiedendogli se aveva finito, perché dovevo chiudere la sala da pranzo. Lui mi chiese di attende un attimo. Nell’attesa osservavo quella macchina fotografica e mi chiedevo come si vedeva la realtà da quell’apparecchio: glielo chiesi e lui mi fece “osservare”. Fu amore a prima… vista. E pensare che mia madre, un paio di anni prima, aveva comperato un’enciclopedia sulla fotografia di 20 volumi da un rappresentante di libri… Fino al momento di quell’incontro, né io né alcuno dei miei fratelli aveva sfogliato l’enciclopedia. Ma da quel giorno, in poche settimane, divorai tutti i volumi appassionandomi sempre più.

E cosa accadde poi?

Quell’estate, a Tropea, c’era un mio cugino, Claudio, appassionato di fotografia. Gli chiesi se qualche volta potesse portarmi con lui a scattare qualche foto. E così fu. Iniziai con un tramonto quando il digitale nemmeno esisteva. Tutto avveniva in manuale e si usavano pellicole analogiche, i famosi rullini. Grazie alla lettura dell’enciclopedia, scattai una foto in cui si vedeva il sole al tramonto con un peschereccio che tagliava il riflesso del sole sul mare: una foto che mi ha invogliato ad andare avanti.

Eri ancora un ragazzino…

Sì. L’anno successivo, dopo essermi diplomato al Liceo Artistico di Vibo Valentia, mi iscrissi all’Università di Cosenza in Ingegneria, ma appena lo venne a sapere monsignor Francesco Pugliese “il Teologo” mi disse che avevo sbagliato e che dovevo invece coltivare la mia passione per la fotografia e trasformarlo in un lavoro. Mentre ero all’Università, un giorno, ripensai alle parole del “Teologo”. E allora, dopo un mese, presi la decisione di abbandonare Ingegneria e, con un raccoglitore di mie fotografie, inizia a girare vari studi fotografici di Tropea e Vibo Valentia chiedendo di poter lavorare con loro come apprendista. Non accettò nessuno, ma questo rifiuto per me fu una fortuna: essendo molto testardo, andai a Roma, allo “I.E.D.” (Istituto Europeo di Design): era un corso biennale che mi costava, tra scuola, affitto e materiale fotografico, intorno ai dieci milioni annui che la mia famiglia (essendo numerosa) non poteva permettersi. Così, il sabato e la domenica, facevo il cameriere in una pizzeria e per tre volte alla settimana mi alzavo presto e andavo a scaricare frutta ai mercati generali, per poter mantenere le spese. Dopo essermi specializzato in fotografia, un mio professore, Antonio Barrella, che ancora oggi ha un grosso studio di fotografia pubblicitaria, mi invitò a rimanere a Roma e diventare un suo assistente di studio. Io però avevo altre idee: tornato in Calabria, decisi di aprire un mio studio fotografico (era il 2000) per realizzare servizi di cerimonia e dépliant pubblicitari per varie strutture ricettive. Tutto il resto, è venuto da sé…

Cos’è per te la fotografia?

La fotografia è un mezzo per raccontare e raccontarsi e cercare di emozionare tramandando ai posteri ciò che è stato affinché nessuno dimentichi. È come scrivere libri, perché la vera fotografia non è altro che un linguaggio letterario.

Quali sono i soggetti e gli oggetti che ti colpiscono maggiormente quando punti l’obiettivo?

Quando sono in giro per lavoro e non solo, cerco sempre di immortalare tutto quello che mi emoziona cercando di guardare ciò che altri non riescono a vedere, ma in particolare sono attratto dalle persone anziane e dalle loro storie.

Qual è la foto di Tropea alla quale sei più legato e quale quella che ancora non hai fatto?

La foto a cui sono maggiormente legato l’ho scattata l’anno prima che morisse proprio “il Teologo”: era il 1995, mi trovavo con lui avendolo accompagnato sulla Chiesa dell’Isola perché doveva celebrare un matrimonio. Arrivati in cima, si fermò e, rivolgendo le spalle alla facciata, osservava Tropea. In quell’istante ho voluto scattare una fotografia dove, con l’angolazione che gli ho dato, si vede lui in primo piano e la possente facciata dell’Isola che sembra lo voglia abbracciare e ringraziare per aver dedicato tutta la sua vita per quel bel luogo sacro e famoso in tutto il mondo.

Alle foto da concorso tu unisci la tua attività di cronista per conto di una Tv della nostra regione, LaC Tv. Come affronti i due modi di rappresentare la realtà?

Era il 2011 quando mi viene presentato l’imprenditore Domenico Maduli, noto imprenditore del gruppo Pubbliemme, nonché presidente dell’emittente televisiva regionale calabrese LaC TV. Gli proposi di sponsorizzare una mia mostra fotografica (“Momenti Religiosi”) e, dopo aver visto alcune foto della mostra, volle sponsorizzarla. Quell’incontro non è stato per nulla casuale ma avvolto da una fede comune. Quando nel 2013 acquistò l’emittente televisiva Rete Kalabria, divenuta poi LaC, mi chiese di entrare a far parte del suo progetto, proponendomi di fare il fotografo della TV. Ci pensai poco, perché le sfide mi sono sempre piaciute: accettai il suo invito e se oggi sono diventato anche un giornalista e documentarista il merito è anche suo. Oggi, in TV, oltre a realizzare servizi redazionali sono autore della Rubrica “LaC Storie” attraverso cui racconto la bella Calabria, un prodotto che non ha speech narrativo fuori campo poiché la storia viene raccontata solo attraverso le immagini e le voci dei protagonisti, una mia scelta per dare al racconto quel senso di genuinità senza alterare la realtà. Quando decido di partecipare a vari concorsi di fotografia e documentari, lo faccio soprattutto per confrontarmi con altri professionisti e crescere professionalmente perché solo così puoi capire i tuoi limiti e cercare di migliorarli e allo stesso tempo mettersi in gioco.

Quali riconoscimenti hai finora ottenuto ed a quale ambisci?

Ho vinto tanti premi in questi anni ma quello a cui sono maggiormente legato è quello vinto nel 2019 al Festival del Premio Internazionale “Vittorio De Seta” sui documentari etnografici. Ho partecipato e vinto con il documentario “La Pita”, posizionandomi davanti a registi provenienti da tutto il mondo. Non ho mai pensato a qualche premio in particolare, ma spero di continuare a migliorarmi e che il mio lavoro sia sempre apprezzato.

Da poco un tuo documentario è stato trasmesso dalla Rai, nel programma Geo: ed è stato un successo, come ti hanno scoperto?

Ormai viviamo in un mondo digitale globalizzato e i miei documentari girano su internet. Un giorno vengo contattato dalla redazione di Geo che mi chiede di realizzare un documentario e il mio editore Domenico Maduli, con grande lungimiranza, mi dà la possibilità di farlo. Così realizzo il documentario “Il pastore anti lupi”, che narra la storia di un giovane pastore di Bova Marina che, per amore delle sue caprette aspromontane, attaccate dai lupi, si inventa un collare “anti lupo”, che non è altro che un comune collare di legno che i pastori usano per le loro capre. Pietro, il giovane pastore, però innova: aggiunge pannelli solari che caricano la batteria che alimenta una cassa acustica capace di emanare ultrasuoni che mantengono distanti i lupi, avvertiti dai canidi come veri e propri colpi di fucile. Il giorno dopo della messa in onda, la Rai mi ha comunicato i dati Auditel dicendomi che quando il mio documentario era in onda i telespettatori aumentavano sempre di più raggiungendo il picco di 1.300.000 telespettatori (con 3 punti di share in più).

Nel mese di giugno e luglio realizzerai un corso di fotografia per ciechi ed ipovedenti, come ti sei inventato questo corso?

Mai potevo pensare che nel 2014 un incontro casuale mi avrebbe portato a realizzare un corso di fotografia per ciechi ed ipovedenti. Tutto è successo all’interno degli studi televisivi LaC TV: ogni domenica sviluppavamo un programma di intrattenimento, “La nostra domenica”, che andava in diretta per tre ore. In una puntata c’erano ospiti i ragazzi dell’Uici di Vibo Valentia, accompagnati dal loro presidente Giovanni Barberio. Quando mi sono avvicinato per parlare con Giovanni, commisi l’errore di mettere una barriera: dialogavo con Giovanni ma guardavo solo il suo accompagnatore. Lui lo percepì e mi disse: «Perché mentre parli con me guardi il mio accompagnatore?» A quel suo rimprovero mi sono sentito una nullità, anche se non lo avevo fatto volutamente. Dopo una settimana, decisi di proporre all’Unione ciechi un corso di fotografia. E lo proposi proprio a Giovanni. Fu titubante. Ma si convinse e accettò la mia sfida. Non era mai stata fatta una cosa del genere, ma una celebre frase di Antoine De Saint Exupery dice: «Si vede bene solo con il cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi». Ecco: io ho sempre sostenuto che per fotografare basta mettere sulla stessa linea gli occhi e il cuore e tutto si trasforma in una fotografia. Non sempre bisogna dare la giusta importanza a ciò che noi vediamo con gli occhi, ma dobbiamo anche imparare a dare la giusta importanza anche a ciò che non si vede.

E come si sviluppò questa iniziativa?

Ricordo il primo giorno del corso: i corsisti dovevano essere 5 ma se ne presentarono 11, tutti entusiasti. Quando ho dato loro in mano le macchine fotografiche professionali, erano gioiosi ed emozionati, anche perché era la prima volta che tenevano in mano una macchina fotografica professionale. Notai come toccavano quelle attrezzature con delicatezza. E la lezione sull’inquadratura o la regola dei terzi. Ai corsisti ho fatto utilizzare dei bastoncini di legno per formare un rettangolo con le rispettive linee verticali e orizzontali: toccandolo con le mani intuirono la regola dei terzi (il soggetto principale non va mai al centro dell’inquadratura). Ma le emozioni più belle le ho avute quando facevamo le uscite: vedere i corsisti che fotografavano da soli il luogo che io naturalmente gli avevo descritto, per poi utilizzare quelle foto per la realizzazione di un calendario, fu un’emozione unica. Un corsista, Giuseppe Pastafiglia, alla fine del corso mi disse: «Ci hai permesso di proiettare le nostre immagini agli altri e viceversa. Attraverso quello che noi immaginiamo abbiamo fotografato una situazione che può riguardare tutti perché ognuno ha dei sogni e delle aspettative e le foto servono a incamerare sogni e aspettative affinché questi si realizzino». Sono passati sei anni. E da pochi giorni ho iniziato il secondo corso coinvolgendo stavolta l’Uici di Cosenza con la speranza che anche loro avranno la possibilità di esprimere i loro sogni attraverso la fotografia. Stavolta, a sostenermi ci sarà Canon Italia, e in una nota, spiega di aver accolto l’iniziativa perché in linea con la volontà di «promuovere, sostenere e sviluppare progetti di responsabilità sociale, nonché finalizzati a favorire ed incoraggiare attività coerenti con la filosofia Canon di armonia tra l’uomo, l’ambiente e la tecnologia». In più, per ogni corsista la Canon Italia ha regalato una macchina fotografica.

Altri progetti per il futuro?

I soliti, ovviamente: scattare, scattare, scattare…

Saverio Ciccarelli

Saverio Ciccarelli

Saverio Ciccarelli, nato a Tropea nel 1962, di professione avvocato dal 1992,pretore onorario, giornalista pubblicista dal 1989. Difensore di fiducia di diversi enti pubblici. Fondatore e direttore dal 1994, del mensile La piazza di Tropea,corrispondente di Oggisud, de La Gazzetta del sud, ha scritto per Il quotidiano della Calabria e altre testate giornalistiche cartacee , direttore di testate radiofoniche locali. Autore e curatore di libri su Tropea e del saggio “Calabria positiva” . Fondatore del Premio di poesia “Tropea onde mediterranee”, cofondatore dell’Ascot , dell’Asalt, del GFT di Tropea, del Premio letterario Città di Tropea, collaboratore del Tropea film festiva nel ruolo di giurato. Ha operato nel settore del turismo per oltre trenta anni. Docente di un Corso sui beni culturali presso il Liceo classico di Tropea e di Diritto sanitario in un corso di OSS. Promotore e relatore di incontri sul turismo, sulla sanità,sull’unione dei comuni, sulla depurazione, sulle funzioni delle Pro loco, sui pericoli derivanti dalla rete , sul ruolo del giornalista, sulle cause di inquinamento , sulla raccolta differenziata, sui piani di rientro. Ha redatto proposte per la valorizzazione del patrimonio socio culturale della città di Tropea, il regolamento della Consulta delle associazioni , sulla partecipazione dei cittadini, e il disegno di legge sulla salvaguardia della rupe di Tropea. Attualmente è direttore responsabile di Informa.

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