Long-COVID la malattia dopo la malattia

Long-COVID la malattia dopo la malattia

Recupero relativo che implica la non completa guarigione. Una sindrome di cui sappiamo ancora relativamente poco

Le persone reduci dall’infezione acuta da coronavirus si portano dietro strascichi di malessere ancora per settimane dopo l’avvenuta negativizzazione.

Al netto dei casi più gravi, entrati in terapia intensiva, con problemi respiratori gravi e perdita di abilità fisiche basilari (come semplicemente stare seduti o camminare), gli infetti in giovane età, più attivi e che di media hanno avuto solamente un decorso lieve o addirittura asintomatico, conservano anch’essi sintomi che limitano la loro vita quotidiana.

Non è ancora chiaro quali possano essere i fattori che, tutti insieme, contribuiscono allo sviluppo di questa insolita sindrome.

Le teorie più accreditate suggeriscono, ad esempio, un malfunzionamento del sistema nervoso autonomo, intolleranza all’istamina e l’influenza esercitata dagli ormoni.

Quel che è certo è che il 10/15% dei pazienti sperimenta una “disregolazione corporea”, una sorta d’interruzione della stabilità interna su vari sistemi che porta a un numero sempre più crescente di sintomi.

Questo è il motivo per cui “Long-Covid” viene indicato come una malattia multi-sistemica, con oltre 200 “volti” diversi e che persiste per più di dodici settimane dopo l’inizio dell’infezione.

I sintomi più comuni sono stanchezza, debolezza, disturbi della memoria, difficoltà respiratoria, dolore toracico, mal di testa, disnomia (incapacità a richiamare alla memoria la parola corretta quando è necessaria), ipersensibilità al rumore, ma anche cattiva circolazione sanguigna e disturbi del sonno; ciò non di meno, solo una parte di questi possono essere spiegati dal “danno d’organo”, cioè da complicanze pregresse su organi vitali più o meno serie.

Vi si trovano spesso similitudini con la “sindrome da stanchezza cronica”, già nota in medicina e che può essere causata da infezioni virali.

Qui, di contro, ci si trova più di fronte ad un complesso da esaurimento che può essere aggravato da uno sforzo minimo, come lavare i piatti o fare una camminata lenta, portando il paziente molto indietro nel processo di recupero.

Questi stati si manifestano subito dopo uno stress fisico o psicologico e possono durare ore, giorni, ma anche settimane.

Le persone colpite di solito si sentono impotenti e non comprese da familiari e da persone che le circondano, perché apparentemente in buona salute.

Spesso questa condizione viene liquidata come depressione ma, al contrario di come avviene per gli stati depressivi, la testa è ben disposta a reagire al malessere, solo che il corpo non ce la fa a fornire le prestazioni richieste; tutto questo sovraccarico fa aumentare notevolmente il rischio di passare da un disturbo acuto a uno cronico e irreversibile.

Al fine di prevenire la cronicità, favorendo altresì una più spedita guarigione, si rende qui necessario un programma di riabilitazione su misura, costantemente adattato da un terapista alle condizioni correnti del paziente.

A seconda delle lamentazioni e del livello di attività, si accompagna il paziente nell’apprendimento e nell’accettazione dei propri nuovi limiti energetici; esistono tecniche manuali delicate da praticare che, contestualmente ad un allenamento attivo moderato ed a pratiche di respirazione mirate, danno sollievo al sistema nervoso sovraccarico e alle strutture muscolo-scheletriche.

Con un programma adeguato e una giusta dose di collaborazione da parte del paziente, nella maggior parte dei casi si registra un lento ma costante miglioramento delle condizioni già nei primi due mesi di terapia; con particolare riguardo a una netta diminuzione del sovraffaticamento e la normalizzazione della frequenza cardiaca.

Tuttavia, per alcuni soggetti, possono essere necessari anche diversi mesi prima di un recupero completo se ciò dovesse accadere.

Per informazioni:

Simone Schiessl +39 350 091 2856 – schiessls83@gmail.com.

di SIMONE SCHIESSL

Redazione Informa

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