La scuola al tempo della pandemia: come gli alunni vedono il rientro…

La scuola al tempo della pandemia: come gli alunni vedono il rientro…

La nostra regione ha sfruttato, in alcuni casi fino alla fine, la possibilità di rimandare la riapertura, utilizzando come attenuante anche la disinfestazione dei locali a seguito delle votazioni. In molte zone della Calabria, gli istituti si sono riorganizzati in modo impeccabile, rispettando pienamente tutte le normative previste dal protocollo per il contrasto al virus.

In altri casi, invece, il numero elevato di studenti (inteso sia per istituto sia per classi) ha creato non pochi problemi. Alcune scuole hanno pertanto deciso di rimandare la riapertura ad ottobre.

Altre, al contrario, hanno preferito riaprire i cancelli seppur senza banchi, senza docenti o senza docenti di sostegno.

Ma in tutta questa confusione, tra tutte le parole e le ansie che gli adulti producono, cosa ne pensano i bambini della situazione attuale?

Ancora una volta sono loro, i più piccoli, ad insegnare qualcosa a noi.

Nella maggior parte dei casi, infatti, i bambini sono stati felici di rientrare a scuola. Rivedere i compagni seppur con la mascherina, rientrare in una routine familiare, non avere a che fare con app, piattaforme, connessioni lente, messaggi vocali infiniti, lezioni online, assenza di computer, impossibilità a collegarsi come gli altri compagni.

Ha le idee chiare Alberto (7 anni): “Sono tornato a scuola, finalmente! Ho rivisto i miei amici anche se abbiamo la mascherina e non ci possiamo muovere dal banco. Ma è meglio del computer.” Chiara (6 anni), invece, continua a chiedersi come sia possibile non poter abbracciare i compagni e, soprattutto, ricordare tutte le regole che la maestra ha decantato il primo giorno di scuola. Luca (8 anni) è preoccupato per le maestre, si interroga su come potranno rendere le materie più divertenti: “Sai, sarà difficile per la maestra attirare la nostra attenzione, siamo tanti soldati sull’attenti con tante regole. Dovrà impegnarsi! Potrei suggerire di usare la visiera anche a scuola, tu sei buffa così, sembri una ragazza astronauta e mi fai ridere!” Marco (10 anni) non si spiega come sia possibile riaprire la scuola senza avere i banchi: “Ma lo sai che sono stato 4 ore infinite seduto senza il banco ad ascoltare la maestra parlare e parlare? La mia attenzione, dopo cinque minuti, aveva già fatto la valigia e se n’era andata”. Martina (8 anni) si chiede se il virus ha deciso di rimanere in Italia perché lei non lo sopporta più e la scuola così è più brutta di prima: “Ma ti sembra normale che il primo giorno di scuola abbiamo parlato ancora del virus, ma basta sappiamo tutto! Abbiamo fatto 3000 filastrocche sul virus!”

Non è sicuramente questa la scuola che piace ai bambini e ai docenti. Quella in cui non è possibile scambiarsi tanti abbracci, sorrisi, “batti 5”, in cui non è possibile la condivisione.

La scuola è, simbolicamente e realmente, il luogo in cui si cresce insieme.

Ma questo è un altro passo del Paese per riprendere una normalità che si spera ritorni presto. Prendendo in prestito le ricerche di un nuovo filone che si occupa di warm cognition, sappiamo che ad ogni attività cognitiva corrisponde un tracciato emozionale.

Quindi, il nostro cervello mentre pensa, sente. Questo vuol dire che i nostri bambini mentre imparano, mentre giocano, mentre svolgono attività che richiedono impegno cognitivo sentono e provano emozioni che si imprimono nella memoria.

Compito dell’adulto (nel caso specifico del docente in contesto scolastico), soprattutto in questo periodo, è fare in modo che siano emozioni positive e non legate all’ansia e alla paura.

Carmelina Pontoriero

Carmelina Pontoriero

Collaboratrice per il bimestrale "Informa". Laureata in Scienze dell'Educazione. Molto attiva nel campo dell'associazionismo. Fa parte dei Volontari della Croce Rossa, del gruppo "Pedagogia della R-Esistenza" attivo presso l'UniCal e degli Amici di Pino Masciari

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