Il Covid-19, la Chiesa, la ‘ndrangheta, la sanità, la Calabria e la vera fede

Il Covid-19, la Chiesa, la ‘ndrangheta, la sanità, la Calabria e la vera fede
Intervista a Luigi Renzo, vescovo della nostra diocesi

Il Natale, la musica sacra, le chiese aperte e i problemi della nostra terra; sono questi alcuni degli argomenti affrontati con mons. Luigi Renzo, vescovo della diocesi di Mileto-Nicotera-Tropea.

Siamo in un momento particolare della storia dell’umanità: una pandemia che ha colpito tutti gli uomini, in ogni angolo del pianeta e che ha creato un mutamento del nostro stile di vita ed un ridimensionamento dei nostri rapporti sociali.

“Sulla nostra vita, sulla nostra calabresità e sui problemi che stiamo affrontando in questo momento debbono esserci da guida le parole di papa Francesco e gli insegnamenti di don Mottola” ha voluto sottolineare mons. Luigi Renzo, un pastore di mentalità aperta, profondo conoscitore della realtà in cui opera e sofferente anch’egli per le distorsioni che quotidianamente registra la nostra terra.

Nelle sue parole anche un conforto ed una speranza per il futuro: la sicurezza che dobbiamo affidarci a Dio e la speranza che usciremo tutti migliori da questa terribile pandemia.

Tra tutti gli argomenti trattato ci siamo soffermati anche sul progetto “Chiese aperte”, dei veri e propri musei cui possono accedere, con le dovute accortezze, i visitatori; e abbiamo chiesto anche un parere sulla proposta del maestro Riccardo Muti di creare delle orchestre giovanili.

Ne è venuto fuori un confronto interessante e stimolante che vuole essere un momento di riflessione in questo periodo di avvicinamento al Natale. Ringraziamo sua eccellenza per la cortese collaborazione.

Eccellenza, lei è Vescovo della nostra diocesi dall’anno 2007. Conosce bene la complessità della nostra realtà. Quali sono i punti di forza e di debolezza di questo territorio?

Questi 13 anni di ministero nella diocesi sono stati per me anni intensi e significativi. L’approccio con una realtà culturale e religiosa in qualche modo per me nuova rispetto alla mia provenienza da Rossano, mi ha stimolato a curare particolarmente il rapporto con i sacerdoti e con la gente. Devo dire che ho trovato grande disponibilità e credo che questo stia dando i suoi frutti giovando sia all’immagine della Chiesa nel territorio, sia all’impegno pastorale all’interno delle parrocchie. La Visita Pastorale svolta anni addietro ed ora anche il Sinodo Diocesano, che stiamo per concludere dopo oltre quattro anni di lavoro capillare, sono la testimonianza di una Chiesa in cammino che vuole crescere e mettersi “in uscita”, come chiede Papa Francesco: una Chiesa cioè che sta tra la gente, in ascolto ed a servizio di carità. Circa i punti di forza c’è da riconoscere che, malgrado le difficoltà ambientali, permane in ognuno lo spirito di quella “calabresità” che fa aprire il cuore davanti alle emergenze in uno stile di fraternità che non si rifiuta a nessuno. Don Mottola rimane per tutti l’icona più limpida dell’animo vero del calabrese. Questo tempo di epidemia ne abbiamo avuto ancora una volta la prova.I punti di debolezza li intravedo, se vogliamo, nel facile scoraggiamento davanti alle difficoltà, nell’incostanza, nella tentazione a piangersi addosso, nell’incapacità ad affrontare i problemi che tante volte si possono risolvere da soli senza prendendosela con nessuno. Occorre avere più fiducia nelle proprie potenzialità e fare appello alla propria responsabilità senza deleghe per nessuno.

Siamo da quasi un anno nel pieno di una pandemia che ha colpito tutto il pianeta. Cosa ha evidenziato della natura dell’uomo, cui forse non avevamo mai fatto caso?

A ben vedere la pandemia del coronavirus ha rimescolato tante cose e continua a farci fare i conti con le nostre fragilità e le nostre contraddizioni, per quanto bisogna riconoscere che ci ha fatto anche riscoprire un po’ più di umanità e di reciproca solidarietà. Volendo citare Papa Francesco, “la pandemia ha messo in rilievo ed aggravato i problemi sociali” esistenti nella società: è “un virus che viene da un’economia malata” che produce una “economia iniqua… che sacrifica i valori umani fondamentali; … è un’ingiustizia che grida al cielo” perchè chiude il cuore davanti ai mali e ai danni che produce. Nei fatti la pandemia ha evidenziato la nostra interdipendenza: siamo legati gli uni agli altri sia nel bene, sia nel male. E allora, per uscire migliori da questa crisi, dobbiamo farlo insieme tutti, nella solidarietà”. E se c’è volontà, si può riuscire, come è avvenuto del resto anche tra noi nel periodo di lockdown.

Come pensa che uscirà complessivamente la diocesi da questa brutta esperienza? E che ruolo sta avendo la Chiesa locale nell’aiuto ai più deboli durante la pandemia?

Siamo tutti coscienti e consapevoli che la pandemia è una cosa seria e che ha prodotto e continuerà, purtroppo, a produrre danni e sofferenze notevoli con le conseguenze sociali ed economiche che conosciamo, oltre soprattutto alle gravi perdite di vite umane. Ci sta rivelando il senso dell’impotenza e della fragilità umana dando peraltro una scossa irreversibile alla superficialità e all’eccessiva spensieratezza e facendo altresì ricuperare – almeno si spera – il valore della fraternità e della solidarietà che sembravano smarrite nella indifferenza. “Peggio di questa crisi, cito nuovamente Papa Francesco, c’è solo il dramma di sprecarla chiudendoci in noi stessi”. L’indifferenza è una malattia ed è il contrario della “calabresità”. Ne usciamo, allora, riscoprendo e tirando fuori il meglio di noi. Come diocesi, in questo periodo, stiamo mostrando la nostra vicinanza facendo lavorare le Caritas sia diocesana che parrocchiali fornendo loro le risorse finanziarie necessarie. Le iniziative ancora in corso sono tante, anche se le necessità, note a tutti, crescono a vista d’occhio. Si spera almeno di alleviare in parte la sofferenza.

Nelle ultime settimane la nostra regione è stata in primo piano a livello nazionale ancora una volta per ‘ndrangheta e cattiva gestione della cosa pubblica. Che idea si è fatto? Come dovremmo in concreto cambiare registro per risollevarci?

La situazione della nostra Calabria è diventata problema a dimensione nazionale solo ora: ma perché, non erano note le fragilità e le sofferenze a cui la Regione è stata condannata da una politica senza volto? Solo ora ci si è accorti della penosa situazione, per esempio, della mala-sanità? E’ stata significativa, a riguardo, la denuncia dei giorni scorsi, a mezzo stampa, dei Vescovi Calabresi “Per amore della Calabria”, di cui mi piace richiamare questo passaggio molto emblematico: “Dopo undici anni di commissariamento, le istituzioni ad ogni livello, ad iniziare dal Governo nazionale, hanno il dovere di rendere ragione del proprio operato e, al tempo stesso, di definire orizzonti futuri chiari e certi, senza interferenze di vario genere. Ai Calabresi è dovuta una sanità efficiente e, nell’immediato, in grado di fronteggiare con adeguatezza l’avanzare dell’emergenza della pandemia. Temporeggiare e perseverare oltre, da parte delle istituzioni deputate, in un clima di divisioni e di scontri, sterili e diseducativi, provocherebbe ulteriori danni ai cittadini calabresi, che hanno già dato prova di grande responsabilità”. Chiaramente il richiamo va esteso anche alle altre ataviche emergenze-urgenze: il sistema viario deficiente, il lavoro che manca, la piaga del lavoro nero, i problemi dell’ambiente e del disastro ecologico, la delinquenza organizzata e chi ne ha più ne metta. Cosa fare? Non chiudere gli occhi facendo finta di niente e farci valere nelle forme più idonee ed opportune in una democrazia partecipata. Attivare la cittadinanza… attiva.

Cosa ne pensa dei vili attentati subiti dai parroci impegnati nelle nostre realtà? C’è il pericolo di uno scollamento fra la Chiesa e la realtà sociale?

Sono segnali negativi di una mentalità vigliacca e senza regole, in cui vige la legge della giungla. Per sconfiggerla occorre una reazione organica e collettiva, in simbiosi con le forze dell’ordine pubblico. Non basta fare proclami sulla legalità, occorre praticarla con scelte di vita e comportamenti moralmente coerenti: la legalità senza la giustizia è una parola vuota e spinge all’ipocrisia. Serve a salvare l’apparenza. L’insegnamento della Chiesa mira a formare le coscienze alla coerenza personale, al rispetto della legge divina e civile, senza compromessi o contraddizioni esistenziali. Per rispondere alla seconda domanda, malgrado certi episodi incresciosi, ma per fortuna occasionali, non credo che si possa parlare di scollamento e spaccatura tra la moralità insegnata dalla Chiesa e le esigenze profonde della società. Un cristiano comunque è chiamato ad incarnare il Vangelo in qualsiasi situazione si trova ad operare

Il maestro Riccardo Muti qualche tempo fa, per incentivare ed incoraggiare la pratica e l’ascolto della buona musica, ha proposto che nelle chiese si suoni più musica sacra, magari creando delle piccole orchestre giovanili, per riappropriarsi della nostra tradizione musicale più colta. Cosa ne pensa?

Pur rispettando l’opinione dell’insigne maestro Riccardo Muti, è preferibile attenersi alle norme canoniche e, a riguardo in particolare dei Concerti in Chiesa, a quanto stabiliscono la Congregazione per il Culto Divino ed il Can. 1210 del Codice di Diritto Canonico: “Nel luogo sacro sia ammesso solo quanto serve per esercitare e promuovere il culto, la religione, ed è vietato tutto ciò che non sia consono alla santità del luogo. Tuttavia l’Ordinario può permettere, caso per caso, altri usi, che però non siano contrari alla santità del luogo”. In diocesi ci si sta attenendo in linea di principio a queste direttive magisteriali. Per il resto si tratta di capire il senso di quel “riappropriarsi della nostra tradizione musicale colta”. La bella musica sinfonica, per esempio, non è di per sé religiosa. Su ciò la detta Congregazione fin dal 1987 (e da allora non è cambiato nulla) ha chiarito che: “Non è legittimo programmare in una chiesa l’esecuzione di una musica che non è di ispirazione religiosa e che è stata composta per essere eseguita in contesti profani precisi, sia essa classica, o contemporanea, di alto livello o popolare: ciò non rispetterebbe il carattere sacro della chiesa”. Su questo occorre essere conseguenziali.

La recente formazione del Coro polifonico gregoriano della Basilica Cattedrale di Mileto è un grande passo in avanti verso l’ascolto della vera musica sacra. Come nasce l’idea e con quali finalità?

La cura del canto sacro ed il ruolo del Coro (polifonico o meno) sono di fondamentale importanza per l’animazione della Liturgia nella Chiesa. Soprattutto nelle Cattedrali non può mancare la “cappella musicale”, anche per offrire riferimenti agli altri Cori esistenti nella diocesi. A riguardo del Coro polifonico “Gregorianum” della Cattedrale di Mileto c’è da dire che è attivo già da più decenni. Di recente tra il maestro del Coro ed il Cantiere Musicale di Mileto si è voluta creare una intesa ed una collaborazione più stretta allo scopo di una migliore formazione ed educazione qualitativa delle stesse voci del coro. E’ stato quindi un intervento migliorativo per dare al coro ed alla esecuzione del canto una maggiore dignità e finezza espressiva.

Gran parte del patrimonio artistico e culturale, anche della nostra terra, è esposto nelle chiese, che di fatto effettuano una esposizione permanente, come potrebbe essere valorizzato e reso fruibile ai tanti visitatori che ogni anno affollano le nostre località turistiche?

In tante parti, col supporto e la collaborazione di Associazioni di volontariato, ha preso piede l’iniziativa delle “Chiese aperte” proprio allo scopo di garantire la valorizzazione e la fruizione delle opere d’arte presenti nelle nostre chiese. Si pone, comunque, il problema della sicurezza e della tutela delle stesse opere d’arte. Lasciare le chiese incustodite è un grave rischio, per cui non sempre è possibile programmare questo tipo di attività. Sarebbe auspicabile dovunque!

Il rito per la beatificazione di don Mottola è stato rinviato a causa del corona virus. Probabilmente non si sa quando potremo consacrare tutti assieme questo importante evento. Può dirci qualcosa in proposito?

Purtroppo anche don Mottola è una vittima del covid. La data della Beatificazione prevista per il 30 maggio 2020 è stata rimandata per il momento “sine die”. Ho già preso contatto con il nuovo Prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi per preventivare la nuova data, che non potrà essere, comunque, prima della primavera del 2021 (covid permettendo). Sono in attesa della risposta da Roma.

Come si svolgono attualmente i riti sacramentali nelle nostre chiese?

Per la celebrazione dei Sacramenti, causa il covid, non si può prevedere ancora nulla. Ultimamente erano state fornite delle indicazioni meno stringenti rispetto ai mesi passati, ma lo scoppio della “zona rossa” in Calabria ha comportato il ritorno alle indicazioni restrittive della scorsa primavera. Gli orientamenti variano di volta in volta per ragioni di tutela della salute di tutti. Ci sarà tempo per ricuperare.

Il Natale di questo brutto anno è alle porte. Come dobbiamo affrontarlo con i nostri comportamenti? Per esempio alcune amministrazioni locali hanno deciso di devolvere le risorse stanziate per le luminarie ai più bisognosi. Come dovrà essere la nostra rinascita?

Rispondo con le parole di don Mottola: “la vita è un mistero sormontato da una Croce, … ma ogni croce portata in simbiosi con Cristo è sacra” ed apre alla “libertà dei figli di Dio”. (cf. PF, XXXVI, gennaio 1969, pp. 4-5). Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano a rifiorire i germogli della risurrezione. Dobbiamo essere aperti sempre alla speranza. Circa l’iniziativa delle amministrazioni locali, è una buona idea quella di devolvere ai bisognosi le risorse eventualmente disponibili. Non escluderei dai bisognosi, comunque, le imprese stesse delle luminarie, che stanno soffrendo anche loro le limitazioni della pandemia.

Redazione Informa

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