I cantonieri, custodi delle strade e della natura

I cantonieri, custodi delle strade e della natura

Scomparsi nel nulla e dimenticati sia dalla società che dalla politica

C’era una volta, o meglio c’erano una volta…

Potrebbe essere l’inizio di una bella fiaba raccontata dai nonni ai nipotini, una sera d’inverno attorno al braciere o al focolare. Potrebbe, se non fosse invece una tragedia. Proprio così, una tragedia di cui non ci rendiamo conto, vissuta sulla nostra pelle giorno per giorno.

Mia nonna, che non aveva studiato, appena la seconda elementare in una scuola di campagna, che non sapeva nulla di geologia e di ecologia, usciva con lo scialle in testa e la zappa subito dopo un temporale o anche dopo una breve pioggia. Andava sotto la Strada del Brigantello, la vecchia strada mulattiera ben curata che dal Ponte di San Francesco, in panoramica, portava su fino a Drapia, casale di Tropea, ricco di commerci e di intelligenze. Con la zappa “sgurnava” il fosso delle acque: toglieva le foglie, le frasche buttate giù dal vento, i sassi, la sabbia e l’acqua scorreva libera verso il torrente senza ostacoli. “Si nno, faci danni. Picchì l’acqua e’ com’u focu, n’a teni”; aveva ragione, nessuno ci credeva.

Qualcuno li ha definiti gli “Angeli Custodi della Strada”, anche della ferrovia aggiungiamo noi. Era vero: li vedevi ogni mattina dalle sette in poi come ronde a sorvegliare, ad osservare, a controllare ogni palmo della strada, cantone per cantone: i cantonieri. Uscivano con la carriola, il rastrello, il tridente, la pala, lo zappone di mattina presto, col sole, con la pioggia, con il vento. Uscivano con ogni tempo. La divisa verde-oliva, la mantellina, il cappello con visiera, e un saluto sempre pronto a chi passava. Come dottori curavano la strada.

Coprivano le buche sulla carreggiata, pulivano i fossi, estirpavano le erbacce, tagliavano i rami pendenti dei vecchi alberi, rinforzavano i muretti e i dossi. Davano consigli, indicazioni a chi ne aveva di bisogno; impiantavano le segnaletiche necessarie per chi viaggiava. Seppellivano i cani, i gatti, gli altri animali morti; prevenivano incidenti. Mettevano i fiori ai bordi, a volte, per fede e a devozione, costruivano piccole edicole alla Madonna e ai Santi. Insomma, per dirla in breve, le strade e le ferrovie, perché anche sulle ferrovie c’erano i cantonieri, erunu netti comu ‘na mani, ‘nci potivi mangiari.

Questo ieri, oggi non più: non ci sono i cantonieri. Scomparsi. Eliminati. Di loro non si sa più niente: dimenticati. “Tantu no’ facenu nenti”, secondo il detto comune: “No’ servunu a nenti”. Niente di più erroneo e di più sbagliato.

Guidati, o meglio abbacinati, dal neoliberismo sfrenato, che vede solo produttività, utile e guadagno, gli amministratori locali e nazionali, li hanno fatti fuori, o meglio da un giorno all’altro li hanno trasformati (novelli Re Mida che trasformava in oro tutto ciò che toccava, e alla fine è morto di fame): con una bella divisa nuova, luccicante, di punto in bianco li hanno fatti poliziotti. Li hanno messi dentro i palazzi, disarmati, a non fare niente, a guardare sull’attenti in faccia la gente che entrava ed usciva. O li hanno mandati belli sbarbati nelle fiere ad esigere la tassa del posteggio dai mercanti ambulanti. “Privatizzare, privatizzare”, era il Verbo Divino dettato dalle lobby economico-finanziarie nazionali e multinazionali a cui seguì di lì a poco l’altro più rivoluzionario: “Globalizzazione”. Con le conseguenze umane, politiche e sociali, nonché economiche, ecologiche e ambientali che abbiamo sotto gli occhi e che tocchiamo ogni giorno con mano. Fu così che, in ottemperanza alle nuove dottrine economico-finanziarie che poggiano i loro principi basilari sul risparmio e sul guadagno, mentre prima erano i cantonieri che tagliavano i rami secchi che pendevano sulle strade, dopo furono loro stessi ad essere tagliati con un colpo secco e cacciati via dalle strade.

Il danno causato è stato enorme. Le strade (anche le ferrovie) lasciate a se stesse, all’incuria, incustodite. In abbandono. Le erbacce hanno preso il sopravvento, più alte di un uomo in piedi. Le canne hanno invaso le carreggiate, come orde barbariche inarrestabili. I fossi si sono riempiti di sabbia, di pietre, di sassi, tanto che per trovarne il fondo son necessari gli archeologi esperti. Le acque, le piogge non più guidate nelle cunette se ne sono andate per conto proprio, in piena libertà, “Tantu”, diceva mia nonna, “pari ca l’acqua av’i corna e ‘nci ‘mpacciunu! Vaci avundi voli”. E così è stato. Tant’è vero che le strade son diventate fiumi in piena, con rapide e cascate. Le buche divennero voragini, che se ci vai dentro per uscirne ci vogliono i pompieri. I cani, i gatti e gli altri animali morti rimasero lì sul posto “orrido pasto agli augelli” affamati. Gli alberi abbattuti dal vento ostruirono il passaggio, nessuno li rimosse: si preferì deviare, quando possibile, il percorso o chiudere il transito sulla strada. Lo stesso per i grossi massi e per le frane, sempre più frequenti.

A danni estremi, estremi rimedi. Si corse ai ripari. La medicina peggio della malattia: si diede in appalto a “ditte” private il decespugliamento, le pulizie. Queste hanno creato più danno che utile. Hanno fatto più male che bene. Con pale meccaniche, con ruspe, con escavatori pesanti hanno danneggiato la massicciata, la segnaletica e gli impianti di scolo delle acque, i guard-rail e i muretti laterali. Hanno lasciato ai margini le sterpaglie a creare ingombro alle acque, che, libere di andare verso il basso (la via naturale) hanno sconnesso l’asfalto e hanno creato frane ad ogni passo; lasciate ad essiccare, le erbacce e le frasche, in estate, son diventate gradite esche ai piromani, facili gli incendi. E allora, che si fa? Facile trovata, altra parola magica: “Calamità”. Finanziamenti, leggi speciali, spese, spese, altre spese. Spese in quantità, non calcolabili. Soldi buttati via al vento. E incidenti, incidenti lievi e gravi, con feriti e morti sulle strade che nessuno ha contato mai, che non si trovano riportati in nessuna statistica ufficiale. Quindi, danni danni danni, economici e ambientali. Le colline vanno a valle, le valli si riempiono di detriti, i ponti crollano, case e abitati interi inghiottiti dalle frane. Dove sono stati i risparmi?

Nessuno pensa di rimediare. Non c’è più mia nonna ‘u vaci c’a zzappa sutt‘o Briganteu e nemmeno loro per le strade, i cantonieri. “Angeli Custodi”, come veri Angeli volati su nel Cielo guardano disperati da lassù. Neppure ‘i Coniceji con i Santi e le Madonne nascoste dalle spine, neppure queste, ormai, ci sono più.

Redazione Informa

Redazione Informa

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.