Cinghiali: la regione ridà i numeri

Cinghiali: la regione ridà i numeri

Diciamo la verità: ormai i provvedimenti regionali per contrastare (si fa per dire) l’eterna emergenza cinghiali, hanno assunto le caratteristiche di una farsa, una situazione in cui, con cadenze annuali, da circa un decennio, sull’ungulato, “si danno i numeri”. Sentite un po’: per due anni consecutivi si sono programmati sulla carta, con precisione matematica, 3375 uccisioni di cinghiali , salvo ammettere poi che le squadre di “ cacciatori selettori”, agendo a caccia chiusa, praticamente a tutte le ore, in un anno sono riusciti ad abbatterne solo 384 ( vuoi vedere che i cinghiali di campagna, mica fessi, si sono trasferiti tutti in città pur di sfuggire alle schioppettate selettive?).
Ebbene, a quel punto, nonostante i miseri risultati del piano, il problema sembrava risolto: ecco cosa scriveva a proposito la stessa Regione Calabria : “ il piano , per grandi linee ha conseguito l’obiettivo prefissato, vale a dire quello di fronteggiare lo sproporzionato aumento della popolazione di cinghiale, ad un livello sostenibile per l’ecosistema ed a limitare i danni arrecati alle colture agricole”. Tutto a posto dunque!? Manco per niente, viste le nuove proteste degli agricoltori, di nuovo le decine di articoli sul problema cinghiali, l’ennesimo piano regionale fotocopia e nuovi obiettivi “ad muzzum”, da realizzarsi, si badi bene, sempre dopo la normale stagione di caccia al cinghiale (ottobre-dicembre) che portò in tutta la regione all’abbattimento di 6059 capi nel 2016/17 da parte di oltre 500 squadre di cinghialai, e con un dimezzamento rispetto ai carnieri di tre anni prima…
Per farla breve, dopo dieci anni siamo punto e a capo, ma stavolta la Regione decide sulla carta di fare sul serio e comunica in pompa magna di aumentare la posta: non più 3000, scesi poi a 500, ma, udite , ben“10.000 cinghiali” brutti, sporchi e cattivi da abbattere “subito”, con nuove squadre di selettori in grado di distinguere in un attimo , al volo, il giusto capo da abbattere.
Personalmente tutta questa modestia non la capisco: se fino a qualche giorno fa si era detto che le orde suine ammontano a 300.000 capi (anche se non si saprà mai chi diavolo e con quale pazienza li ha contati uno per uno), perché limitarsi a farne fuori solo 10.000? E gli altri presunti 290.000 a chi li lasciamo, vista la loro oscena propensione ad accoppiarsi come maiali? Perché porre dei limiti alla provvidenza venatoria? Se non fosse per la libera circolazione di centinaia di persone armate per mezza Calabria anche in ore notturne, senza nessuna forma di controllo, paradossalmente proporrei di aumentare ancora di più: eliminiamoli tutti e 300.000, così si finisce questa manfrina e gli agricoltori, finalmente, non chiederanno più provvedimenti urgenti per l‘emergenza cinghiali e i cacciatori, a missione compiuta, si daranno in massa alla bocciofila o al tressette. Dubito però che ciò avverrà mai, anche se i cinghiali fossero solo 10.000 e ciò per il semplice, elementare, logico motivo che i cacciatori non potranno mai rinunciare a mantenere sempre e comunque i loro bei cinghiali da fucilare per farsi i selfie o da portare in processione sui cofani insanguinati dei fuoristrada. Perché senza cinghiali non ci sarebbero più cacciatori di cinghiali. In fin dei conti io, sinceramente, i cacciatori li capisco: devono sparare e ammazzare animali: non sono mica Hare Krishna, né devoti del poverello d’Assisi. E anche i politici hanno tutta la mia umana comprensione: a loro interessa essere rieletti e i cacciatori e gli agricoltori votano, protestano, i cinghiali e i tordi no. Ma gli agricoltori ho qualche difficoltà a capirli, visto che, dopo aver assistito in silenzio per anni ai famosi “lanci” sui loro territori, continuano testardamente a voler affidare la soluzione del problema proprio a chi quel problema ha tutto l’interesse a mantenerlo in vita per i motivi succitati. L’unico risultato vero è che , proprio grazie al cinghiale e ai famigerati ripopolamenti, si potrà andare a caccia tutto l’anno: a loro lo spasso e la carne di cinghiale (sempre meglio di una misera beccaccia) e agli agricoltori i danni, che imporranno nuovi cacciatori, che provocheranno nuovi squilibri demografici tra le popolazioni degli ungulati, spingendo le femmine a procreare prima, e i branchi a diffondersi di più sul territorio, in un circolo vizioso che, così, non avrà mai fine. Dei famosi metodi ecologici, di catture nei recinti, di incentivi alle aziende per recinzioni meccaniche e elettrificate, neanche a parlarne. Ma niente paura : “quod non fecerunt venatores facent selectores”. Parola di Regione Calabria.

Pino Paolillo

Redazione Informa

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