Beatrice Lento, dalla scuola a “Sos Korai”

Beatrice Lento, dalla scuola a “Sos Korai”

Fotografia di Vittorio Bozzolo

«L’attività di volontariato anche per combattere i pregiudizi e la subcultura maschilista»

Abbiamo incontrato Beatrice Lento, che per dieci anni ha ricoperto l’incarico di dirigente dell’Istituto di istruzione superiore di Tropea.

Dopo qualche anno dal suo pensionamento, la dottoressa Lento continua quell’impegno nel sociale che già l’aveva distinta durante la sua attività didattica.

Una intervista nella quale, grazie alla disponibilità della nostra interlocutrice, abbiamo affrontato diversi temi, tutti di grande attualità e aderenti alla nostra realtà: il rapporto fra i sessi, l’educazione dei giovani, la fuga dai nostri territori, la ‘ndrangheta.

È stata l’occasione per fare il punto su quello che accade oggi con un occhio al futuro, cui bisogna sempre guardare.

L’attività della dirigente si riassume in quella definizione di “scuola sconfinata”: una scuola, più impegnativa, ma più stimolante che va oltre i paletti imposti dalla didattica per educare il giovane alla vita.

Ringraziamo Beatrice Lento per il suo intervento con l’augurio che il confronto e la conoscenza delle diverse idee possano contribuire a far crescere la comunità.

Dal 2004 ha ricoperto l’incarico di dirigente scolastico presso l’Istituto di Istruzione Superiore di Tropea.
Da allora, anche in questa scuola, ha continuato a promuovere diversi incontri, per lo più di carattere culturale, con personalità che fanno parte del panorama nazionale.
Qual è stata la motivazione che l’ha spinta ad ampliare, nell’ambito scolastico, l’offerta formativa dei nostri studenti delle superiori?

«Rispondo proponendo la considerazione che chiude il volume “Scuola Sconfinata – Idee Progetti Testimonianze dell’Istituto Superiore di Tropea”, una pubblicazione di circa 500 pagine che riassume, in parole ed immagini, dieci anni della mia dirigenza del Superiore, dal 2005 al 2015, un’azione di guida che ho avviato nel settembre del 2004 e concluso nell’agosto del 2017.

“La mia idea di scuola non é normale e non é semplice veicolarla facendola apprezzare da tutti i coprotagonisti.

I programmi, i contenuti, le regole, le norme per me sono secondari rispetto ai vissuti, alle emozioni, ai sentimenti e alle sensazioni degli studenti che sulla scena rimangono in primo piano.

Tutto il resto è relativo, funzionale al benessere dei ragazzi. In questi dieci anni i nostri giovani sono cresciuti come mai avrei sperato e sebbene cambino i volti un testimone magico passa dalle mani degli uni a quelle degli altri in un percorso ininterrotto di maturazione umana, di responsabilità e consapevolezza che coinvolge anche noi adulti.” 

In sostanza la motivazione che mi ha indotto a promuovere molti e variegati incontri culturali é stata il sogno di una scuola che non smarrisce la sua funzione di guida, che non limita entro confini predeterminati dai programmi, che piace, che senti tua, in cui studi e nello stesso tempo vivi ed agisci, che premia la passione, una scuola capace di diventare sconfinata».

Quali ricadute sul piano culturale pensa che abbiano avuti questi incontri?

«Trasformare la scuola in un villaggio aperto al territorio ha consentito agli studenti di conoscere, discutere e riflettere su tematiche cogenti confrontandosi con le provocazioni di adulti autorevoli e usando anche linguaggi alternativi rispetto ai tradizionali, soprattutto divergenti e di valenza creativa.

Queste esperienze hanno spronato i giovani all›esercizio costante dell’impegno, della partecipazione e della responsabilità.

Il motto del Campus Albachiara di Montecatini, che abbiamo frequentato per anni, “Giovani che intrecciano nodi, tessono relazioni, imparano l’arte della libertà” li ha indirizzati a comunicare, a comprendere il valore della rete, dei legami, della fiducia nell’altro, della solidarietà, a scoprire il valore dell’essere liberi come arte che non si accantona mai ma si pratica per migliorarla e renderla viva.

Quella che potrebbe sembrare una scuola facile era invece difficile e complessa perché coinvolgente i concetti di giustizia, di responsabilità, consapevolezza, impegno, merito, dovere, regole.

Il nostro modello di riferimento è stato don Lorenzo Milani che diceva: “Mi sta a cuore tutto di loro persino l’aritmetica che a me non piace.

Tutto quello che per loro é bene. Il loro bene é fatto di tante cose.

É fatto della preparazione politica, sociale, religiosa.

Insomma c’é di tutto (…) della salute, tutto quello che voi fareste e fate ai vostri figlioli”».

In tanti anni di attività ha conosciuto diverse generazioni di giovani. Negli ultimi trent’anni come si è evoluto il panorama giovanile?

«Ho conosciuto tantissimi giovani veramente in gamba che studiavano per il gusto di sapere, avevano tanti interessi e, pur conservando la spensieratezza e la gioiositá giovanile, erano capaci di costruirsi un progetto di vita perseguendolo con coerenza.

Ho incontrato anche giovani fragili che pagavano il conto di esperienze traumatiche ma sono stati capaci di risalire la china e ritrovare un equilibrio.

In tanti anni di vita accanto ai ragazzi nessuno di loro mi ha mai deluso, neanche i più problematici, perché dietro ogni difficoltà c’era una causa che la spiegava e che insieme siamo riusciti, se non a risolvere, almeno a ridurre.

La mia impressione è che i giovani, nonostante il disorientamento provocato dai tempi, siano sempre più psicologicamente maturi e capaci di affrontare autonomamente le sfide.

L’uso delle tecnologie li ha arricchiti consentendo l’accesso rapido e piacevole alle informazioni e la maggiore libertà di cui godono gli ha consentito di fare tante esperienze importanti che li hanno temprati, preparati alla vita e spinti ad osare.

Credo che ognuno di loro abbia tanto da insegnarci e che dovremmo smetterla di diffamarli attribuendogli quelli che, invece, sono i nostri limiti.

In realtà i ragazzi sono capaci di risultati eccellenti se trovano valide guide». 

Una buona formazione scolastica e culturale è certamente fondamentale per la vita e per l’attività lavorativa.
Purtroppo, la gran parte dei nostri giovani, come ci dicono i dati statistici, vanno a spendere tali conoscenze fuori dalla nostra terra.
Che compito dovrebbe o potrebbe avere la scuola superiore per arginare questa emorragia continua?

«La Scuola deve guidare i giovani a conoscere la propria terra e ad apprezzarne la storia e la bellezza culturale per suscitare l’orgoglio dell’appartenenza e un salda identità e, naturalmente, offrirgli i presupposti per costruire nel proprio luogo un valido progetto di vita.

Quando dirigevo il Circolo Didattico di Nicotera ho avuto il privilegio di accogliere l’allora Vescovo di Locri Gerace, Mons. Giancarlo Maria Bregantini, oggi Arcivescovo di Campobasso, una sua considerazione su questa problematica mi ha molto colpito e la riporto come la ricordo: “L’amore per la propria terra si apprende da bambini in una scuola pulita, curata e amata.

Il bambino sogna Milano in una scuola mai finita.

Si impara sui libri di storia, la storia locale che spieghi quali stratificazioni hanno lasciato tanti popoli, chi ha arricchito e chi purtroppo ha rapinato e sono stati la maggioranza.

L’amore per la propria terra nasce dalla certezza di potervi costruire un futuro”».

Quali pensa siano le cause di questo che, purtroppo, sembra essere un fallimento socio-culturale di tutta la regione?

«La nostra Calabria, così come ogni altra regione, ha le sue problematicità ma i pregiudizi e gli stereotipi che la zavorrano sono veramente troppi.

Bisogna risolvere i primi e sfatare i secondi.

É anche importante comprendere, e questo vale per i giovani ma anche per gli adulti, che nessun luogo del mondo é privo di limiti, disfunzioni, difficoltà.

Se non si riesce a suscitare il senso d’appartenenza e l’amore per la propria terra, direi addirittura “l’orgoglio della calabresità”, il restare o l’andare continuerà ad essere frutto del caso o di uno stato d’animo temporaneo.

É importante, invece, favorire l’audacia che suscita la capacità d’osare e la voglia di impegnarsi in prima persona per far crescere il proprio territorio.

L’educazione ha un peso enorme ed in questa dimensione giuoca un ruolo importantissimo anche l’atteggiamento dei genitori.

I giovani calabresi, ed anche noi adulti, dovremmo liberarci dalla sindrome del brutto anatroccolo e capire che la nostra terra é impoverita da secolari soprusi ma non è povera.

Come dice Corrado Alvaro, é una terra in cui brillano “torri di giustizia e castelli di utopie” quali i grandi Baarlam, Leonzio Pilato, Gioacchino da Fiore, Francesco da Paola, Campanella, Padula e, perché no, anche il nostro Francesco Mottola.

Certo non basta gloriarsi del passato ma bisogna costruire l’oggi con caparbietà, dignità e merito non solo a livello individuale ma anche in collaborazione con le varie agenzie formative e istituzioni».

Il suo impegno culturale, in ambito scolastico, l’ha portata spesso anche ad incontrare personalità dell’antimafia.
Quali pensa siano le cause di questa presenza “ingombrante” che limita lo sviluppo e la libertà dei cittadini e come se ne dovrebbe uscire?

«Accostare i giovani alla cultura della legalità è stata sempre la priorità numero uno del mio impegno di docente, di dirigente scolastica e di educatrice anche perché lo stereotipo del Calabrese ‘ndranghetista mi é stato sempre stretto.

Per rivendicare un’identità diversa abbiamo fatto respirare agli studenti l’aria pulita della cultura e dei valori e li abbiamo indirizzati a scoprire il gusto dell’impegno sociale e della politica nell’ottica dei cittadini sovrani di cui parla la Costituzione.

Gli incontri con familiari delle vittime innocenti delle mafie, con testimoni di giustizia che hanno avuto il coraggio di denunciare, con magistrati coraggiosi, politici, poliziotti, carabinieri, docenti universitari, antropologi, scrittori, come pure la partecipazione sistematica ad eventi per la legalità in tutto il territorio nazionale hanno affinato le sensibilità e messo a nudo la negatività assoluta del fenomeno che dilaga, con nomi diversi, in tutto il mondo.

Le cause delle mafie sono molteplici e compendiabili nel concetto di miseria morale, per uscirne occorre partire, soprattutto rapportandosi ai ragazzi, dalla consapevolezza dell’utilità della legge.

“Essere ‘ndraghetisti non conviene, si vive poco e male!” così disse Nicola Gratteri ai nostri studenti nel corso di un incontro a scuola.

Il Procuratore, assieme all’amico, studioso del fenomeno delle mafie, Antonio Nicaso, spiegò minuziosamente tutti i “fastidi” spiccioli insiti in questo status e a noi educatori fece capire come sia importante, confrontandosi con i giovani, evidenziare sempre l’aspetto utilitaristico della scelta di legalità.

Questo non significa minimizzarne la dimensione etica ma semplicemente non perdere l’aggancio diretto con la realtà concreta, passaggio fondamentale, soprattutto dal punto di vista psicologico, quando ci si rapporta agli adolescenti». 

Che atteggiamento e quali comportamenti pensa dovrebbero avere gli studenti, i cittadini, gli imprenditori ed i politici verso questo fenomeno?
Come i giovani potrebbero intervenire dal punto di vista sociale?

«Per formazione ed esperienza ho un’immensa fiducia nell’educazione, mafiosi non si nasce ma si diventa e non esiste alcun determinismo, per cui anche chi nasce in una famiglia sbagliata può imboccare la strada giusta, lo confermano le storie bellissime di Peppino Impastato e di Rita Atria.

In questo la Scuola e tutte le Agenzie Formative hanno una responsabilità enorme particolarmente verso i giovani a rischio che vanno guidati ad una sana discontinuità verso i disvalori con cui hanno alta probabilità di venire a contatto.

Inoltre, ognuno di noi, giovane o adulto, può e deve fare la sua parte, innanzitutto comportandosi da cittadino consapevole e responsabile che ama il suo luogo, lo tutela e lo cura, da persona corretta che rispetta tutte le regole senza eccezioni – non ci sono norme da seguire ed altre opzionali – perché la coscienza non si offuschi fino a smarrire il senso della giustizia e il confine tra lecito ed illecito.

Tutti, e i giovani soprattutto, dobbiamo comprendere l’importanza della politica, che resta l’arma più potente per cambiare il mondo, e dobbiamo impegnarci in questo campo, ed anche in quello essenziale del volontariato per servire la comunità.

I giovani, in particolar modo, devono essere guidati ad appassionarsi, a sognare, a inseguire utopie ed anche a indignarsi e a protestare perché, come dice Papa Francesco: “Un giovane che non protesta non mi piace!”». 

Sui social, che lei utilizza frequentemente, compare spesso l’hastag “#scuolasconfinata”. Cosa significa?

«#scuolasconfinata documenta alcune delle tantissime esperienze realizzate dall’Istituto Superiore di Tropea durante la mia dirigenza.

Ho già spiegato il senso di questa espressione che indica l’esatto contrario di una scuola confinata nei classici paletti dell›istruzione distinta dall’educazione.

L’emblema di questo esperimento ben riuscito é il Campus annuale della Cittadinanza.

Una sei giorni primaverile che trasformava la scuola in uno stratosferico momento di partecipazione capace di coinvolgere l’intera comunità locale e non solo.

Ai Campus hanno partecipato personalità di forte spessore anche venute apposta da località lontane e tutto in termini di servizio… senza neanche il rimborso delle spese: magia della passione!

Scuola Sconfinata é stato anche un esempio di “educativa territoriale” perché ha coinvolto nell’azione della scuola l’intero territorio».

A Tropea, assieme ad altri cittadini, promuove da diversi anni l’iniziativa “Balconi fioriti” e poi ha realizzato, nell’anno 2017, l’associazione onlus Sos Korai per “contrastare la subcultura maschilista e la violenza sulle donne” e per il “bisogno di far arrivare lontano i suoi messaggi e le sue provocazioni”.
Raccogliamo la provocazione e, detta così, sembra l’ennesima dichiarazione di guerra fra i sessi.
In cosa uomini e donne sono diversi?
Come mai oggi, spesso, non si comprendono più e, soprattutto, siamo sicuri che non esista anche una subcultura femminista?

«Tante domande in una ma con uno stesso “fil rouge”: la voglia di impegno nel sociale che ho sempre provato.

“Finestre, balconi, vicoli fioriti – Anna Maria Piccioni – Città di Tropea” è un concorso floreale nato nel 2006, per iniziativa dell’Istituto d’Istruzione Superiore di Tropea, allora da me diretto, che, da subito, ha coinvolto l’Amministrazione Comunale e la Pro Loco.

Dopo una battuta d’arresto nel 2018, dovuta al mio pensionamento, la ripresa nel 2019 con la nuova Amministrazione Comunale che ha affidato a me e alla Presidente della Pro Loco il coordinamento dell’evento.

Sos KORAI esprime il mio desiderio di valorizzare la Donna e prosegue il lavoro iniziato nel Superiore col Progetto Donne Libere.

Si tratta di un’ Organizzazione Di Volontariato, riconosciuta dalla Regione Calabria che oggi, con la riforma, é trasmigrata nel Registro Unico del Terzo Settore.

Non é un centro antiviolenza ma un organismo che persegue la sua finalità intervenendo sui processi educativi per depurarli dal riflesso dei pregiudizi e degli stereotipi misogini, retaggio della subcultura maschilista che ancora persiste.

Se consideriamo le posizioni di prestigio che il mio genere é riuscito a raggiungere quest’impegno sembrerebbe superato ma in realtà non lo è e lo dimostrano chiaramente non solo gli stupri e i femminicidi ma anche tutte le altre forme di violenza contro le donne, molte nascoste per timore, e di discriminazione.

Faccio solo un esempio che potrebbe sembrare banale ma nella sua essenzialità è invece emblematico di una cultura che ancor oggi considera la donna come un essere inferiore.

Provate a cercare il termine donna nei principali dizionari della nostra lingua, ovunque troverete definizioni che la identificano come completamente dipendente dall’uomo, subalterna, relegata ad una condizione sociale arcaica.

Uomini e donne sono diversi ma come diceva Rita Levi Montalcini: “La differenza… è epigenetica, ambientale.

Il capitale cerebrale é lo stesso: in un caso è stato storicamente represso, nell’altro incoraggiato”.

Non sono d’accordo su una incomprensione attuale tra uomo e donna, tra i due sessi c’é collaborazione e intesa perfetta se la relazione è sostenuta dal rispetto reciproco, se poi per guerra tra i sessi si intende il non farsi trattare come zerbini da parte degli uomini allora definirei lo scontro legittima difesa o, ancor meglio, giusta rivendicazione della dignità personale.

Il femminismo non vuole mortificare o sopraffare il genere maschile ma conquistare la pari dignità uomo/donna per cui non si può parlare di subcultura femminista bisogna invece ricordare che se oggi noi donne abbiamo registrato molti successi lo dobbiamo proprio al movimento che può avere avuto e può ancora avere delle sbavature ma non ha atteggiamenti prevaricatori, ovviamente bisogna anche intendersi sul senso del termine che comunemente usiamo attribuendogli connotazioni negative mentre invece, nella definizione sociologica e antropologica, indica semplicemente un segmento sociale che si differenzia dalla più grande cultura di cui fa parte».

Come associazione, raccogliete denunce di donne che subiscono violenze anche nella nostra città?

«Sos KORAI non è un centro antiviolenza ma un organismo con finalità educative quindi la nostra funzione non é quella di raccogliere denunce, a volte, però, ci capita e allora facciamo da tramite e attraverso alcune socie esperte nel campo indirizziamo verso chi può dare i giusti consigli.

Spesso costatiamo situazioni di subalternità della donna che, ad esempio, non è autonoma nelle sue decisioni o non può disporre del denaro guadagnato o, ancora più frequentemente, tocchiamo con mano la diffusa presenza di stereotipi misogini sia negli uomini che nelle donne e non solo di una certa età».

Ai giovani, sull’argomento, che informazioni e che messaggio dobbiamo lasciare?

«Nel ringraziarvi dell’intervista il messaggio che vorrei lasciare, e non solo ai giovani, riguarda l’argomento ma va anche oltre riferendosi alla criticità dei tempi che richiede il massimo impegno da parte di tutti per salvarci dalla distruzione.

Non mi riferisco solo agli sconvolgimenti ecosistemici che abbiamo prodotto per la nostra avidità di potere e sconsideratezza ma anche al caos relazionale che sempre più travolge costumi e atteggiamenti.

Pensiamo ai delitti efferati che portano all’uccisione dei genitori, dei coniugi, dei fratelli e degli stessi figli, agli abusi sui minori, alle violenze sugli anziani e sui disabili, alle atrocità del crimine organizzato, al dilagare della guerra in ogni parte del mondo, ai traffici illeciti e a tutto quello che riempie abbondantemente la cronaca nera.

Il tempo sta per scadere è dobbiamo rendercene conto scendendo subito sul campo con tutte le risorse a disposizione.

I talenti delle donne, troppo spesso repressi, sprecati, impiegati male vanno invece valorizzati perché possono essere la svolta di civiltà che fa la differenza.

Ai ragazzi in particolare dico: ricordate che il valore più importante é il rispetto della dignità della persona e che su questo principio non si deve transigere, impegnatevi oggi nello studio e domani nella professione senza tralasciare il servizio sociale e politico, sognate e appassionatevi per cambiare in meglio la vostra vita e il pianeta, pensate alla fugacità dell’esistenza umana e sforzatevi di lasciare un segno positivo del vostro essere nel mondo».

Saverio Ciccarelli

Saverio Ciccarelli

Saverio Ciccarelli, nato a Tropea nel 1962, di professione avvocato dal 1992,pretore onorario, giornalista pubblicista dal 1989. Difensore di fiducia di diversi enti pubblici. Fondatore e direttore dal 1994, del mensile La piazza di Tropea,corrispondente di Oggisud, de La Gazzetta del sud, ha scritto per Il quotidiano della Calabria e altre testate giornalistiche cartacee , direttore di testate radiofoniche locali. Autore e curatore di libri su Tropea e del saggio “Calabria positiva” . Fondatore del Premio di poesia “Tropea onde mediterranee”, cofondatore dell’Ascot , dell’Asalt, del GFT di Tropea, del Premio letterario Città di Tropea, collaboratore del Tropea film festiva nel ruolo di giurato. Ha operato nel settore del turismo per oltre trenta anni. Docente di un Corso sui beni culturali presso il Liceo classico di Tropea e di Diritto sanitario in un corso di OSS. Promotore e relatore di incontri sul turismo, sulla sanità,sull’unione dei comuni, sulla depurazione, sulle funzioni delle Pro loco, sui pericoli derivanti dalla rete , sul ruolo del giornalista, sulle cause di inquinamento , sulla raccolta differenziata, sui piani di rientro. Ha redatto proposte per la valorizzazione del patrimonio socio culturale della città di Tropea, il regolamento della Consulta delle associazioni , sulla partecipazione dei cittadini, e il disegno di legge sulla salvaguardia della rupe di Tropea. Attualmente è direttore responsabile di Informa.

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