Arpacal: sorgenti radioattive nell’area industriale di Vibo, il caso al congresso AIRP

Arpacal: sorgenti radioattive nell’area industriale di Vibo, il caso al congresso AIRP

La scoperta è avvenuta in occasione un controllo su un abbanco di rifiuti stoccati in un capannone. In corso anche una indagine della Procura

Il caso del rinvenimento di otto sorgenti di radio 226 sepolte sotto il manto stradale, in un’area industriale del territorio vibonese, attenzionato anche da una indagine della Procura della Repubblica di Vibo Valentia, sarà oggetto di dibattito scientifico nel corso dell’annuale congresso nazionale dell’Associazione italiana di radioprotezione (Airp), in programma da oggi fino all’1 ottobre a Roma.

Come è noto, l’indagine relativa al ritrovamento delle sorgenti radioattive nella zona industriale del vibonese, è scattata grazie ad una procedura di contenimento del rischio radiologico potenziale, applicata alle attività di campionamento e sopralluogo in aree prive di conoscenze ambientali, conosciuta con l’acronimo Bonrad (Bonifica radiometrica) che i tecnici dell’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) mettono in azione sistematicamente  ogni qualvolta sono chiamati ad operare, appunto, in aree per le quali non ci sono dati ambientali chiari ed univoci sulla pericolosità radiologica.

Infatti, in occasione di un controllo nell’area industriale di Vibo Valentia su un abbanco di rifiuti stoccati in un capannone, per il quale era necessaria una complessiva opera di caratterizzazione, i tecnici Salvatore Procopio, fisico del Laboratorio “E. Majorana” del Dipartimento Arpacal di Catanzaro e Pietro Capone del Dipartimento di Vibo Valentia, hanno fatto l’amara scoperta che ha allertato la società civile e la magistratura inquirente.

Una scoperta che deriva dalla necessità di garantire agli stessi tecnici Arpacal di operare in un luogo sicuro da radiazioni, prima appunto di procedere a quanto richiesto nell’abbanco di rifiuti da caratterizzare.

Il controllo dell’area, unito ad una buona dose di spirito investigativo, ha convinto il dr. Procopio ad approfondire l’indagine scientifica partendo da segnali anomali, richiamati dalla strumentazione in dotazione.

Dal controllo più dettagliato dell’intera area, si è dunque scoperta la presenza di queste sorgenti radioattive, occultate sotto il manto stradale bitumato, e quindi tombato, collocati lontano dai cumuli di rifiuti per i quali i tecnici Arpacal erano stati chiamati a svolgere il sopralluogo.

La scoperta, ed anche questo è noto, non solo ha determinato l’indagine della Procura di Vibo Valentia, ma anche la messa in sicurezza dell’intero sito, l’individuazione delle sorgenti ed il loro corretto smaltimento. 

Nel corso del congresso dell’associazione italiana di Radioprotezione, Procopio relazionerà non soltanto sulle procedure tecniche eseguite dalla scoperta sino al corretto smaltimento, ma solleciterà l’attenzione dell’intero uditorio nazionale specializzato su un dettaglio passato quasi inosservato.

“Concretamente, infatti, le sorgenti radioattive ritrovate – spiega Procopio – consistono in frammenti di otto piccole sfere di ceramica radioattiva che erano parti di un più complesso strumento parafulmine, in uso negli stabilimenti industriali non solo per la messa a terra in caso di temporali ma anche come segnalatore dei livelli di piena dei serbatoi di carburante degli impianti stessi.

Otto piccole sfere che – e qui sta il dettaglio per certi versi agghiacciante – erano state attentamente separate dalla strumentazione ferrosa che costituiva il parafulmine che, se portato a discarica con quelle sorgenti ancora agganciate, sarebbe stato subito individuato dai portali di controllo radiometrico e quindi segnalato alle autorità del luogo, con prevedibile sanzione a carico degli smaltitori illeciti”.

Il profilo criminale, perché di crimine ambientale si tratta – incalza Procopio – sta in colui che, conoscendo la radioattività di quelle piccole sfere e la loro pericolosità intrinseca, ha smontato consapevolmente l’apparato, per poi interrare e tombare il materiale radioattivo sotto la strada, dove i tecnici Arpacal l’hanno ritrovato dopo molti anni.

A dimostrazione di come gli ecoreati, spesso stereotipati dall’opinione pubblica come compiuti dalla criminalità organizzata, spesso siano eseguiti da persone che, per puro vantaggio economico, preferiscono danneggiare l’ambiente e la salute di tutti noi”.

Il direttore scientifico, Michelangelo Iannone ha infine aggiunto che “Questo contributo scientifico al congresso nazionale dell’AIRP, è l’ulteriore prova della professionalità e competenza del personale Arpacal”.

Redazione Informa

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