Amerai il prossimo tuo come (odi) te stesso: il coronavirus ci mette a nudo

Amerai il prossimo tuo come (odi) te stesso: il coronavirus ci mette a nudo

Il coronavirus, ci sta “costringendo”, in qualche modo, a fare i conti con noi stessi. In queste settimane di quarantena “forzata”, c’è chi legge, chi scrive, chi impasta, chi canta dalle finestre e dai balconi, chi suona e chi odia.

Sì, avete letto bene. Il sentimento che pervade l’uomo dalla notte dei tempi, quella sorta di istinto bestiale che quotidianamente riusciamo a reprimere, ad addomesticare, grazie a secoli di evoluzione della specie, in queste settimane sgomita, vomita e sputa addosso al nostro (sfortunato) prossimo. Ma come è possibile? La tecnologia, come è noto, ha fatto passi da gigante.

Ci tiene e mantiene in contatto, tira fuori il nostro aspetto vanesio, troviamo nuove informazioni (naturalmente valutando le fonti), pubblichiamo e rivediamo fotografie, paesaggi, amici. Ma, come per ogni cosa, vi è il rovescio della medaglia. C’è chi prende troppo sul serio il tempo da trascorrere nei social network. Allora riempie lo spazio cibernetico di cose personali, trasferisce il mondo reale nel mondo virtuale, costruisce piazze astratte per creare la piattaforma dell’odio.

Ma perché questa necessità? È come quando hai un mal di pancia atroce e non vedi l’ora di trovare una toilette e liberarti. Scusate, l’esempio non è dei migliori, lo so, l’immagine è di cattivo gusto. Ma è l’unica che mi viene in mente quando penso agli “untori di odio”. Ricadi fa circa cinquemila abitanti. È un comune frazionato, ma su per giù ci conosciamo tutti. Il coronavirus è arrivato anche qui. Quattro nostri concittadini risultano purtroppo positivi. Certo, la notizia scuote.

Ma la “scossa” prodotta dalla notizia, non è legata allo stato di salute dei quattro nostri concittadini. No. La scossa di cui parlo si lega a un messaggio: “E mò? Questi hanno infettato l’intero paese! A focu miu, simu ruvinati”. Il messaggio dei più, e non voglio generalizzare perché è vero che non bisogna fare di tutta l’erba un fascio, viene alimentato, nutrito e incoraggiato dagli untori di odio. Sono settimane d’oro per questi individui, i quali non potendo frequentare le piazze dei paesi per le restrizioni imposte, popolano quelle virtuali.

Si ergono a detentori della verità assoluta e della legge, loro sanno tutto, ti spiegano con dovizia di particolari la torbidezza della società, di chi ci governa, di chi ci informa. Operano subdolamente, si nutrono della paura altrui e invece di mitigare gli animi, di capire davvero come stanno le cose, di ASCOLTARE e INFORMARSI seriamente, mettono in piedi nuove teorie del terrore, estrapolando qua e là pezzi di frasi, assemblandoli a piacimento. Più si avvicinano festività religiose, poi, più si acuisce quel sentimento primordiale. Gli occhi si iniettano di fuoco, le dita corrono velocemente sulla tastiera del cellulare (o del computer). È una gara a chi sputa di più addosso al prossimo. Ah, ma ogni tanto gli untori di odio fanno una pausa. E postano l’immagine di Cristo risorto (perché ora siamo a Pasqua, altrimenti avremmo visto l’immagine di Gesù Bambino nella mangiatoia). Allora in questa breve pausa, prendono discorsi di Gesù, frasi a effetto, in modo tale che sia chiaro che si tratti di untori di odio sì, ma cristiani. In questa quarantena, personalmente sto rispolverando (non solo con lo swiffer) la Bibbia.

Mi piace soprattutto rivedere i passi del nuovo testamento, in particolar modo mi sono soffermata sul discorso della montagna. Gesù, si rivolge a una grande folla dando degli insegnamenti su cui riflettere e da mettere in atto. Uno, specialmente, mi rimane impresso da sempre: “BEATI GLI OPERATORI DI PACE, PERCHÉ SARANNO CHIAMATI FIGLI DI DIO”. Ora, onestamente non mi sono mai deputata una perfetta figlia di Dio. Ma quanto è bello, nella vita, essere un operatore di pace? Come si fa? Non servono gesti plateali per esserlo. Basta, per esempio, chiedere un “Come stai?”, o dare conforto all’altro anche solo con una frase incoraggiante, con il ristoro di un gesto d’affetto. “Mi spiace per i nostri concittadini, spero stiano bene e che guariscano presto”.

Ecco, in questi giorni fatti di preoccupazione, ansia e paura, tra l’operato degli untori di odio, mi hanno dato sollievo frasi di questo tipo. Allora non tutto è perduto. Questi sono operatori di pace. Al di là, del proprio credo, delle proprie convinzioni religiose, quanto è bello agire così? Quanto è bello tendere (virtualmente) una mano d’aiuto in questo modo? “Hai bisogno di qualcosa? Non sei solo!”.

Non mi scoraggio, per ogni untore di odio, per ogni razzista, per ogni cacciatore di streghe, per ogni ignobile malvagio, esiste un esercito di operatori di pace e di bontà. Il mondo non è perduto. Il coronavirus, come ogni prova messa davanti dalla vita, ci sta facendo rendere conto di chi abbiamo vicino, sì, ma in realtà ci sta mettendo a nudo davanti a tutti. Ha svelato la nostra vera natura.

A questo proposito, voglio scomodare il maestro Camilleri: “Le parole sono pietre, possono essere pallottole. Bisogna saper pesare il peso delle parole e soprattutto far cessare il vento dell’odio che è veramente atroce. Lo si sente palpabile attorno a noi. Ma perché l’altro è diverso da me? L’altro non è altro che me allo specchio”.

di Ilaria Giuliano

Ilaria Giuliano

Ilaria Giuliano

Laureata in scienze giuridiche presso l'università di Pisa, è giornalista pubblicista per il Quotidiano del Sud e collabora con Informa dalla sua fondazione.

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