Tutto pronto per il Premio Berto 2018

Carlo Carabba, con Come un giovane uomo, Marsilio Editori, Oreste Lo Pomo, con Malanni di stagione, Cairo, Mirko Sabatino, con L’estate muore giovane, Nottetempo, Francesco Targhetta, con Le vite potenziali, Mondadori, Matteo Trevisani, con Libro dei fulmini, Atlantide. E’ questa la cinquina dei finalisti selezionata dalla Giuria del Premio Letterario Giuseppe Berto per l’edizione 2018, che coincide con il quarantennale della scomparsa del grande scrittore.

Sono state una sessantina le opere prime presentate dalle case editrici italiane e selezionate dalla Giuria. Sono tutte di narrativa, com’è peculiarità del Premio Berto che, in nome dello scrittore “veneto-calabrese”, entra nel suo secondo quarto di secolo mantenendo invariata la propria formula di premio riservato esclusivamente a scrittori esordienti, conservando quel ruolo di talent scout iniziato nel 1988.

Questa edizione registra la presenza, tra i partecipanti, di numerosi piccoli editori indipendenti, molti del Sud, che competono con i loro esordienti al fianco di tutte le grandi case editrici nazionali. Inaspettatamente, solo un libro su quattro ha un’autrice donna, mentre nella precedente edizione erano quasi al 50 per cento.

La Giuria che ha valutato le opere in concorso è presieduta da Antonio D’Orrico, critico e giornalista del Corriere della Sera, e formata da Cristina Benussi, Università di Trieste, Giuseppe Lupo, Università Cattolica del Sacro Cuore Milano e scrittore, Laura Pariani, scrittrice, e Stefano Salis, critico e giornalista del Sole 24 Ore.

Proprio nei giorni in cui si alzano alti lamenti sulla qualità delle opere in concorso ai premi letterari e, addirittura, sulla qualità generale della prosa narrativa italiana contemporanea, mi piace sottolineare (e festeggiare) l’eccezionalità, anche stilistica, dei romanzi che compongono la cinquina finale per l’edizione 2018 del Premio Berto.

Cinque esordi di classe assoluta che renderanno difficile e tormentata la scelta del vincitore. I cinque autori selezionati sono tutti meritevoli del massimo riconoscimento. Lo diciamo con soddisfazione e con un pizzico d’orgoglio e pure con il piacere di trovarci in controtendenza rispetto all’opinione comune.

In questo senso l’edizione 2018 riprende la lezione del grande scrittore da cui il Premio prende nome e ispirazione: Giuseppe Berto, voce sempre fuori dal coro, maestro di letteratura e di anticonformismo”, commenta Antonio D’Orrico, Presidente della Giuria.

Il vincitore sarà proclamato nel corso della finale che si svolgerà sabato 16 giugno a Ricadi, nel giardino della casa che Berto eresse sul promontorio di Capo Vaticano rivolto verso le Eolie e la Sicilia. Al vincitore andrà un premio in denaro di 5.000 euro.

Il vincitore dell’ultima edizione, svoltasi lo scorso luglio a Mogliano Veneto, è stata la romana Giulia Caminito, con la sua opera prima edita da Giunti, “La Grande A”.

La XXVI edizione del Premio è promossa da un Comitato formato dall’Associazione Culturale Giuseppe Berto, cui partecipano Emanuela ed Antonia Berto, moglie e figlia, i Comuni di Mogliano Veneto e Ricadi, la Regione Calabria, con la collaborazione dei Licei Statali “Giuseppe Berto” di Mogliano Veneto e Ricadi.

Non è certo questo Premio a lui intitolato a fare grande Giuseppe Berto, la cui caratura di grande autore del Novecento è ormai e sempre più riconosciuta a tutti i livelli, ma è grazie ad esso, soprattutto nei suoi primi anni di vita, che si è tolta un po’ della polvere che si era poggiata sul suo nome e sui suoi libri. Questo Premio, inoltre, è un ponte, tra due città così importanti nella vita di Berto, tra due regioni, due culture, due comunità, che siamo orgogliosi di rappresentare e tenere unite nel segno della cultura. La ricorrenza del 40mo anniversario della scomparsa di Berto, così amato da entrambe le città, è per le nostre amministrazioni anche un ulteriore stimolo per tener vivo questo legame tra le sue due terre”, dichiarano Carola Arena e Giulia Russo, sindaco rispettivamente di Mogliano Veneto e Ricadi.

La cinquina: le motivazioni della Giuria

Carlo Carabba, Come un giovane uomo, Marsilio Editori

Un libro importante. Un romanzo che racconta il passaggio tra la prima giovinezza e la maturità: la linea d’ombra di Conrad da attraversare sapendo che non ci sarà ritorno. Una memoria che insegue se stessa dentro i labirinti e i meccanismi dei ricordi sconfinando in territori segnati in una sola mappa, quella del tempo perduto.

«Quando Dio ti concede un dono, ti consegna anche una frusta; e quella frusta è intesa unicamente per l’autoflagellazione», disse Truman Capote. La scrittura, alta e rigorosa, di Carlo Carabba è stata ottenuta a colpi di frusta.

Un libro importante: la nascita di uno scrittore che l’Italia non aveva. Questo romanzo è come uno di quei bellissimi gioielli da lutto (tutti neri e spenti) che si usavano nell’Inghilterra vittoriana e che erano assieme un ornamento e un castigo, vanità e dolore.

Oreste Lo Pomo, Malanni di stagione, Cairo

Certi scrittori russi che sapevano narrare i drammi della vita nei toni della commedia non abitano più in Russia. Un loro erede abita però in Basilicata, si chiama Oreste Lo Pomo e ha saputo raccontare una storia triste (di ingiustizia privata e pubblica) con una levità che aumenta la ferocia e il dispetto.

All’inizio c’è il manoscritto ritrovato di un’opera giovanile. Classico espediente letterario che aggiunge la dimensione della malinconia alle vicende narrate. Dalle cronache di corruzione della fine degli anni Novanta l’autore ha ricavato un romanzo di sconfitte personali e professionali, di tradimenti e compromessi, di opportunismi e viltà. E un ritratto di provincia che non si dimentica. Lo Pomo obbedisce alla legge decretata da Auden in poesia e ne fornisce una sua interpretazione: non si può raccontare in modo serio senza un sottofondo di ironia.

Mirko Sabatino, L’estate muore giovane, Nottetempo

E’ un romanzo che segna, drammaticamente, il passaggio della linea d’ombra tra l’adolescenza e la giovinezza, in una provincia dove accadono fatti orribili. Il racconto entra in una dimensione metaforica allorché fa coincidere quegli anni di formazione dei tre protagonisti con quelli di un’Italia apparentemente calma nella sua tradizione patriarcale. Ma siamo nel 1963, arrivano i Beatles, Martin Luther King sogna un futuro rivoluzionario. Suggestivo appare il ricordo di uno star system e di una colonna musicale travolti dall’ondata di contestazione giovanile.

Francesco Targhetta, Le vite potenziali, Mondadori

Francesco Targhetta, che proviene da varie esperienze in campo poetico – tra cui Perciò veniamo bene nelle fotografie, bel ritratto in endecasillabi della generazione dei precari – si cimenta ora con la narrativa per raccontare ne Le vite potenziali un triangolo di trentacinquenni che il lavoro se l’inventano testardamente ogni giorno. Alberto, intraprendente e abile nell’applicare il senso degli affari in ogni ambito della vita, gioca nel trio il ruolo del capo; Luciano, piccolo genio della programmazione informatica, cerca nel lavoro compensazioni al proprio impaccio nei rapporti umani; Giorgio, che pilucca perle di saggezza aprendo a caso L’arte della guerra di Sun Tzu, si fa spingere dalla propria ambizione fino al tradimento. Seguendo il ritmo di giornate apparentemente vuote ma che invece contengono tutto, la ricerca ostinata della felicità e la potenza dell’immaginazione aprono per il lettore spazi sorprendenti del grigiore di Marghera.

Matteo Trevisani, Libro dei fulmini, Atlantide

Quasi sempre il viaggio dentro una città avviene attraverso la superficie delle geografie apparenti: strade, architetture, monumenti narrati a cielo aperto. Quando però la città da attraversare non è un luogo qualunque, ma la Roma delle chiese e dei conventi, dei monumenti barocchi e delle fontane, allora avviene l’incontro con la profondità del tempo, che aggiunse mistero alla Storia e fa dell’inquietudine la materia di ogni racconto. Il Libro dei fulmini di Matteo Trevisani respira di questa dimensione arcana. E’ un viaggio dentro una “città interiore” che incide per sempre nel destino dell’io narrante, nella sua formazione di uomo e di personaggio. Sulla pagina scorrono le immagini di una Roma eterna e surreale, dalle tinte fosche e dai cieli notturni, che ricordano le scene dipinte sulle tele dal pittore Scipione o le folgorazioni oniriche disseminate negli scritti di Giorgio Vigolo e Giuseppe Ungaretti. Lucido e visionario, esuberante e fantastico, il Libro dei fulmini è un romanzo d’esordio che non nasconde le sue ambizioni stilistiche e formali e ci restituisce il racconto di una città che diventa scenario per una vita dove ogni pietra, ogni gesto diventa un’incursione nel tempo.

Autore dell'articolo: Fabrizio Giuliano

Fabrizio Giuliano
Director of Marketing presso l'hotel La Bussola di Capo Vaticano, pubblicità e marketing presso Pubblicom S.a.s - Agenzia Comunicazione & Marketing. È tra gli ideatori del progetto Informa.

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