Drapia capoluogo, la sua storia

logo Comune Drapia
Logo del comune di Drapia.

Drapia fu da epoche remotissime, un centro di irradiazione della nuova credenza cristiana. Le origini del paese si fanno risalire al periodo in cui Tropea con i paesi limitrofi fu tenuta in tirannia dai Saraceni, cacciati poi nel secolo VIII da Niceforo Foca.

Secondo il critico Barrio, il nome del paese è da collegarsi con le abbondanti raccolte del grano e significherebbe “messe matura”. La fertilità del terreno e il complesso delle colture agricole del luogo compaiono sull’emblema del paese formato da un monte verde con tre spighe di grano unite a una spada ed una scimitarra, quale simbolo della lotta sostenuta dai Drapiesi contro i Saraceni.

Anche l’abate Sergio, cronista tropeano del secolo XVII, nei suoi manoscritti accetta l’ipotesi del Barrio e mettendo in risalto la fertilità del terreno considera gli abitanti del luogo uomini di molto ingegno e abili nel commerciare per tutto il territorio italiano.

Negli scritti dell’abate, si nota come il territorio abbondi di vino, agrumi, olio, legumi. A causa del paese piuttosto piccolo, i suoi abitanti iniziano ad esportare i loro prodotti, cominciando così a commerciare con vari paesi. Con i muli percorrono tutte le provincie e si spingono nello Stato della Chiesa e nel Veneto. Gente intelligente e industriosa, i drapiesi danno vita alle prime industrie della seta, del lino e del cotone.

Agli storici menzionati però, è sfuggita l’etimologia del nome. È necessario quindi fermare l’attenzione sulla parola greca “drapètes”, il cui significato è profugo, fuggiasco. Drapia sarebbe un paese di profughi e la sua origine risale all’VIII secolo in cui fu edificato da San Filarete il convento di San Sergio e Bacco, sito nella valle fra Drapia e Zaccanopoli, di cui ancora oggi s’intravedono i resti della struttura.

Il libro più antico su Drapia, conservato nell’archivio parrocchiale, è quello dei “Battezzati, dei morti, dei matrimoni, dei confermati” del 1728, iniziato a scrivere sotto l’arciprete dell’epoca Giovanni Tommaso La Ruffa.

In una nota alla fine del libro, si scopre il dato certo che nel 1782 gli abitanti del paese fossero 554, di cui 283 maschi e 271 donne. Inoltre nell’archivio si conservano bene tutti i registri parrocchiali che vanno dal 1728 ai nostri giorni.

Risalendo al 1803 si possono avere notizie più precise sulla popolazione di Drapia. Infatti in uno stato d’anime del parroco dell’epoca Francesco Mazzitelli, Drapia appare diviso in 4 quartieri: Canchi, Stretto, Carcara, Celsi, oltre le case di campagna che erano 9, mentre nel paese ne erano 160. Gli abitanti di quel periodo erano già arrivati a 725, di cui 366 donne e 359 uomini.

Nel quartiere “Canchi” le principali famiglie erano: Di Grillo, De Rito, Ruffa, Loiacono, Ventrice, Iannello, Fiolà, Saragò, Massara e Meligrana.

Nel quartiere “Stretto”: Belvedere, Lo Bianco, Polito, Potenzoni, Cricelli, Curtosi, Pata.

Nel quartiere “Carcara”: Messina, Vallone, Calzona, Pietrpaolo, Iannello, Famà, Romano, La Ruffa.

Nel quartiere “Celsi”: Mamone, Chiapparo, Cupitò.

In campagna: Di Lorenzo, Di Orlando, Mollo, Di Landro.

Le principali risorse del paese erano il commercio e l’artigianato locale; pochi in quel tempo i mugnai e i contadini; perciò dalla metà di quel secolo fino ai nostri tempi la gente, espandendosi nel Sud la concorrenza delle industrie del Nord ed essendo Drapia un paese chiuso, costretta dalle necessità della vita, incominciò ad emigrare in America o in altre città italiane.

Diversi, in quel periodo, gli studenti che frequentavano la scuola nel vicino Seminario di Tropea e fu appunto da qui che uscirono dei santi e dotti sacerdoti come Mazzitelli, Ruffa, De Rito, Loiacono, Saragò, che tanto contribuirono allo sviluppo del popolo di Drapia.

Popolo profondamente religioso. I Drapiesi erano devotissimi della Vergine, per cui la loro chiesa fin dall’inizio ebbe il titolo di Maria Vergine Immacolata. La primitiva chiesa era certamente diversa dall’attuale, come dimostra l’antica pianta, più piccola, rinvenuta dopo i recenti scavi per il rifacimento del pavimento. Sia l’antica pianta della chiesa, sia la fossa comune al centro della chiesa, dove negli ultimi secoli venivano seppelliti i morti, sono state lasciate intatte.

Attualmente la chiesa presenta una sola navata con un ampio presbiterio con delle transenne lavorate in ferro battuto; la luce, scendendo dall’alto, comunica agli astanti una pace infinita. Fu sempre la chiesa oggetto di una cura costante da parte del popolo e dei sacerdoti.

Con il parroco don Carmelo Furchì e con la collaborazione di tutti i fedeli e degli emigrati drapiesi di America e delle altre città italiane, attaccatissimi alla loro terra natia, sono stati eseguiti restauri tra cui un bellissimo pavimento marmoreo.

Autore dell'articolo: Annarita Castellani

Avatar

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.