“Crisolia” e la sua agognata partenza

“Io non sono nata zingara, ma mi ci sono fatta”, la storia di una giovane donna segnata dalla vita

“La Zingara” è il terzo racconto di “Gente in Aspromonte”, narra la storia di “Crisolia”, una ragazza che pur di evadere dal suo angusto paese, fugge con uno zingaro, senza mai divenire neppure una brava zingara. È singolare la bramosia con la quale questa bambina, “Crisolia”, desidera la partenza: <Fin da piccina aveva sempre tentato di partire con tutti quelli che partivano, pareva un capriccio infantile e innocuo>. “Un capriccio infantile” che denuncia una mal sopportazione del contesto sociale, oltre che un intrepido temperamento che si concretizza in una scelta completamente anticonformista. Alvaro tratteggia finemente la realtà degli zingari, personaggi sovente mitizzati, criminalizzati, ma presenti nella vita di paese. Nomadi alla ricerca di un’estrema sopravvivenza , disposti a trasformarsi in profeti di fortuna per qualche denaro, guardati con molta riluttanza e tante paure dalle popolazioni. “Crisolia” dopo anni di vani tentativi, riesce a partire con uno zingaro, decisione che non si rivelerà idillica per la giovane: costretta ad un randagismo drammatico, negata al profetismo, mortificata dagli zingari stessi. <Invece, la Crisolia non sa fare neppure questa (la zingara). Ella dice dietro la porta, cose che non interessano: <Presto>(…) riacquisterete le ricchezze perdute(…) C’è un giovane che vi vuol male e un vecchio che vi protegge> (…)<Ma la vecchia non vuole aprire, perché non sa tirar bene la sorte>. Crisolia riesce, sul finale del racconto, a farsi aprire la porta, su preghiere e implorazioni, da una donna gravida, ne deriva un interessante dialogo. La zingara chiede alla donna se è sposata, quest’ultima risponde che si è coniugata da poco, accarezzando più volte il suo ventre, ad un certo punto la padrona domanda a Crisolia:<Voi non avete avuto figli?> Ed ella scuotendo il capo dice di no. Aggiunge poi Alvaro: < è facile indovinarlo: le è rimasto un che d’immaturo, ha la vita stretta come una vespa, i suoi occhi e la sua bocca hanno contorni netti, la sua voce è aspra: dà insomma, l’idea di quegli alberelli matti che crescono su vecchi muri e non danno frutti, pur fiorendo a Primavera>. È un ritratto impietoso, soprattutto nella similitudine con “l’alberello”, qui si realizza il dramma di una donna mai tale, rimasta puerile nel corpo e nello spirito. L’infertilità di “Crisolia”, vissuta non si sa con quanta disperazione, in una realtà familiare, le tribù di zingari, dove la procreazione è necessaria e numerosa, sortisce in essa un atteggiamento di silenzio. Si potrebbe aprire una lunga digressione sulla donna che non “fruttifica” per le passate generazioni: considerata un essere inutile , “ un albero soltanto fiorito”, neppure una donna ma una bambina cresciuta. La narrazione si conclude con l’arresto di Crisolia, in un clima di enfasi popolare, per aver rubato in casa della donna un tozzo di pane. Un destino profondamente infausto, forse una mesta casualità, forse una punizione per l’immaturità di cui parla Alvaro: per quel ventre rimasto drammaticamente vuoto, peccato madornale pe una società basata su una diretta proporzionalità tra donna e madre.

Autore dell'articolo: Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero
Laureanda in Lettere moderne, amante della buona lettura, food blogger per passione. @Il gusto del particolare.

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