Il Rubino: la singolare storia di un diamante

Dal principe indiano d’America al povero emigrante: il viaggio di una preziosa pietra

Il “Rubino”, è un racconto di “Gente in Aspromonte”, che narra l’emblematico viaggio di una pietra dalla ricca e opulenta America, alla misera e modesta Italia del sud. L’emigrato italiano, incarnando molti cliché dello “straniero italiota”, sale su un veicolo e ritrova un rubino , che precedentemente un principe indiano aveva smarrito, senza conoscerne il valore. L’uomo infatti, abitualmente rovistava nei mezzi e nei luoghi pubblici alla ricerca di oggetti da portare con sé in patria. Così Alvaro descrive l’euforia dell’evento in città: “Le cronache dei giornali registravano uno dei fatti che per una giornata sommuovono una città (…) Un rubino dalla grossezza d’una nocciola (dettaglio non casuale) (…) era scomparso”. Lo straniero viene identificato come italiano per “i pantaloni larghi, le scarpe gibbose e tozze, (…) un cappello duro su un viso sbarbato, magro, seminato da rughe”. L’identikit fornito è quello di un emigrato qualsiasi, condizione certamente dura, che denuncia un abbruttimento fisico non indifferente. Il protagonista non sarà mai rintracciato, per di più aveva l’aria del tutto spaesata, come se viaggiasse per la prima volta, ciò depisterà da eventuali sospetti. Ed infatti, tornato nell’Italia meridionale mai appurerà della vicenda, continuando a pensare che quella pietra altro non fosse che una specie di amuleto, nulla di più: “In un taschino del gilè portava un pezzo di cristallo rosa, grande come una nocciola, sfaccettato, trovato per caso.(…) Lo prese per un amuleto della sua vita avvenire”. Divenuto negoziante di generi misti, aveva deposto il rubino in una cassaforte, sicché un giorno, ricordandosene, lo diede al figlio perché giocasse il giorno di Natale, adoperandolo come nocciolina. Tuttavia, per l’uomo dietro il “potenziale amuleto” si celano illusioni e legami emotivi forti: “il mondo gli pareva pieno di preziose cose perdute che i fortunati ritrovano” una triste rimembranza di tutto che ciò tornando non aveva mai più trovato.

Narrata in questi termini potrebbe sembrare una storia da fumetto, in realtà Alvaro allude, benché in modo velato, alla condizione di migrante tornato in patria, molto familiare nella Calabria degli anni ’30/’40/’50. Ritorno vissuto come un grande evento, con tutti gli oggetti che dal nuovo mondo arrivavano, percepiti come oggetti magici, ricchi, in quanto provenivano dall’America; spesso tratteggiata nelle memorie come un’età dell’oro. In realtà, senza banalizzare, la condizione di esistenza quotidiana era tutto fuorché blasonata, era fatta di stenti; come Alvaro racconta nella descrizione fisica dell’uomo. Assolutamente singolare è il destino della pietra: da simulacro del potere, della ricchezza, a nocciolina d’un gioco per ragazzi; ciò testimonia che il valore di un oggetto è dato dal significato che la persona gli attribuisce e dunque estremamente multiforme, poiché diverso da cultura, persona, classe sociale.
 

Autore dell'articolo: Rosanna Pontoriero

Rosanna Pontoriero
Laureanda in Lettere moderne, amante della buona lettura, food blogger per passione. @Il gusto del particolare.

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