Corrado Alvaro: Il ritratto di una terra negata

 La Calabria degli anni trenta, tra realismo e lirismo

Di Rosanna Pontoriero 



Corrado Alvaro rappresenta un punto di riferimento per antropologi e letterati, che nei decenni successivi si sono interessati alla cultura meridionale, nella sua marcata inquietudine, nella cronica staticità, nella peculiare “erranza”. Con “Gente in Aspromonte” si rinnova la tradizione regionalistica da Verga a Capuano sino a De Roberto.  La descrizione pastorale riecheggia scenari veristi e realisti; il piglio giornalistico, semplice e diretto, lascia presagire le sperimentazioni neorealistiche. “Sugli spiazzi le caldaie fumano al fuoco, grandi caldaie nere sulla bianca neve, dove si coagula il latte tra il siero verdastro rinforzato d’erbe selvatiche, (Gente in Aspromonte) il ritratto assume caratteri pittoreschi in forme liriche: suggestivo l’ossimoro “caldaie nere sulla bianca neve”; unitamente ad un linguaggio più moderno e maturo: “si coagula il latte”. Una pratica alimentare di sopravvivenza, volta a far emergere la durezza di un‘esistenza misera, che appare nel pieno di una sintesi: l’empatia con un mondo solo in parte vissuto; il racconto da saggista, eclissato da sentimentalismi e pietismi. In una realtà arcaica, benché in lenta metamorfosi, i rapporti interpersonali sono dominati dalla legge del più forte, ciò sortisce un clima di totale rassegnazione, accettazione. L’espressione “rapporti di mandria”, contenuta nell’opera, vuole evidenziare esattamente questo: i legami tra gli uomini subiscono le medesime dinamiche dei membri di una mandria. Allo stesso modo le relazioni sentimentali sono vincolate da un pensiero a tratti tribale, ma non è questo l’aspetto interessante: singolare per il lettore contemporaneo e per quello degli anni trenta, è la fortissima radicalizzazione feudale nel tessuto quotidiano. Nella “Pigiatrice d’uva”, il rifiuto della donna nei riguardi del pastore, si trasforma  nell’imminente vendetta carnale, come conseguenza ineluttabile al mancato possesso. Sarebbe interessante analizzare la presenza femminile nei racconti di Alvaro, si pensi a “Crisolia”, ragazza audace, che si unisce ad uno zingaro per evadere dal paese. In questo mondo negato, gioca un ruolo predominante la religiosità popolare: i santini nelle giacche, il fervore delle liturgie, il “Viva Maria” pronunciato dal pastore durante la faticosa camminata. Una fede tutta umana, attraverso la quale si esorcizzano paure, si placano solitudini, si accetta l’ordine sociale, molto semplicemente “si tira a campare”. I pellegrinaggi estivi in montagna: momenti di scambio, di unione, di identità, veri riti di iniziazione per i più giovani.
Alvaro incarna tutto questo: la narrazione di una dimensione suggestiva e al contempo preoccupante, i cui retaggi attraversano la “surmodernità”.

 

Autore dell'articolo: Redazione

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