Anonimo veneziano: l’amore

Continua il viaggio tra le opere di Giuseppe Berto

Sentimenti ed emozioni nello scenario fiabesco della Laguna

Ci sono libri colorati, vivaci, tristi, emozionanti, lunghi, empatici, ed ognuno riesce a donare qualcosa ai lettori che non attendono altro di ricevere la loro dose quotidiana di salvezza dal mondo esterno. È questo il caso di un breve libricino, ambientato a Venezia e scritto da  Giuseppe Berto, scrittore e sceneggiatore italiano.

Nel 1966, egli aveva appena terminato di scrivere il suo romanzo “La cosa buffa” e si apprestava ad accettare un’offerta di lavoro da Enrico Maria Salerno, regista ed attore. Costui, proponeva di scrivere la sceneggiatura di un film che sarebbe stato poi battezzato con il nome di “Anonimo veneziano”. E così ne uscì fuori la storia di un marito ed una moglie, da anni separati, che si ritrovano a Venezia, capoluogo romantico per eccellenza.

Sfogliando e lasciandosi trasportare dalle pagine intrise di sentimento di cui è composto il libro, alcuni vedrebbero davanti a sé un dramma, altri un trionfo dell’amore nonostante le mille sfumature coesistenti: rifacendoci alla penna dell’autore, Berto sottotitolò la sua opera con la frase “Testo drammatico in due atti”. Egli accettò di scrivere soltanto i dialoghi tra i due unici protagonisti della storia.

Ritrovandosi, i due ex amanti, rivivono emozioni ed esperienze passate, ma guardano anche alla realtà del momento, al come sono andate le loro vite, al perché della loro scelta di separarsi. Da una parte Enrico, suonatore di oboe, dall’altra Valeria, che con il tempo, ha costruito una nuova famiglia. Enrico scopre di avere un tumore e poco tempo per vivere e decide di invitare la sua ex, nella romantica Venezia, per rivelarglielo. La vista della bella signora, interpretata nel film da Florinda Bolkan, gli farà cambiare idea e resteranno soltanto i momenti naturali da godere con lei.

Inizialmente Giuseppe Berto aveva immaginato due attori per coronare la sua storia: lo stesso Enrico Maria Salerno e un’attrice non più giovane, né bella, come egli stesso dice nell’introduzione del libro, come Ingrid Thulin o Annie Girardot. Quando Salerno gli diede la notizia che gli attori sarebbero stati altri e cioè la sovrascritta e Tony Musante, Berto ebbe un momento di crisi poiché non associava quelle facce  e quei corpi estranei al suo racconto. Ma dopo aver avuto un incontro con l’attrice e la produttrice, fece dei piccoli cambiamenti per adattare la scena e grazie a ciò e solo allora fu soddisfatto del suo lavoro. Forse struggente, doloroso, duro, ma sicuramente reale.

I due sono ormai perfetti sconosciuti, ma dietro ogni amore, anche passato, si celano mille sfumature che confondono le idee, che fanno pensare e riflettere ma nello stesso tempo lasciano la gioia di godere del momento e lasciarsi andare alla sola sensazione dell’attimo vissuto.

Come ogni suo romanzo, Berto riesce a mettere le emozioni su carta e a farle sentire sulla pelle di chi legge.

Autore dell'articolo: Teresa Pontoriero

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