“Le opere di Dio” di Giuseppe Berto

Un viaggio tra i libri meno noti dello scrittore veneto

Le vicende della famiglia Mangano in pieno conflitto mondiale

Giuseppe Berto, autore veneto, che visse tra Roma e Capo Vaticano, è sicuramente un “evergreen” da esibire sugli scaffali della propria libreria come un Oscar. Uno scrittore capace di spaziare tra un genere letterario sempre diverso e tra uno stile di scrittura dalle mille variegature con capolavori semplici, scorrevoli, psicologici e divertenti.

Tantissimi al suo nome reagiscono ancora con una smorfia, non conoscendone l’esistenza o soltanto citando il solito “Il Male oscuro”, che assolutamente merita di stare sulla bocca di tutti per la sua maestosità, ma ha bisogno di essere affiancato da altri titoli altrettanto stupefacenti che sono nati dalle mani di un grande scrittore che non ha ricevuto la fama che meritava.

Nel 1944, durante la prigionia nel campo di concentramento di Hereford, in Texas, scrisse il libro “Le opere di Dio”, che venne pubblicato nel 1948.

Questo, narra le vicende della famiglia Mangano: il padre, la madre, i loro figli, la nuora e il nipotino.

Una famiglia che vive la propria vita quotidianamente come qualsiasi altra, ma che un giorno si trova a dover abbandonare la propria casa a causa dell’avanzare degli alleati e della guerra.

Si, proprio lei, quella che Berto non descrive con boati, bombardamenti, macerie e tutto quello che possiamo immaginare soltanto pronunciando questa parola, ma attraverso gli occhi di una persona che l’ha vissuta e la porterà per sempre con sé, come un fardello che non smette mai di ricordarti di essere sulle tue spalle.

Colpito profondamente dalla sua esperienza, egli, nella famiglia Mangano, rivede il dolore e la disperazione, causa dell’inutilità e della bruttura del conflitto.

  La famiglia si mette in cammino per scampare alla morte che grava già nei loro pensieri e dopo la fatica immane rappresentata dal dolore dell’abbandono della propria dimora e quindi di ciò che ha rappresentato il proprio sudore e la propria vita, iniziano un viaggio che disgregherà completamente la famiglia.

<<Io credo che non vi sia nel mondo un posto bello come questo>> disse Effa, la figlia, riferendosi al luogo dove era nata e cresciuta.

Già da subito, la donna, capisce di non poter intraprendere quel viaggio con la sua famiglia poiché non è quello che sente di voler fare in quel momento.

Con una libera interpretazione sembra quasi che abbia perso oltre alla propria casa, anche se stessa, e fuggendo vuole ritrovarla.

Il libro continua con il faticoso viaggio della famiglia e prosegue con un grande finale, seppure nero, rappresentato dalla morte improvvisa del padre di famiglia, che muore a causa di una mina.

La fatalità, l’errore, la semplicità di una famiglia che si trasforma in una strage, la morte, l’abbandono, le sensazioni provate e nello stesso tempo quasi l’inconsapevolezza di vivere qualcosa di così realisticamente assurdo.

L’obiettivo di Berto, come egli stesso scrive nella prefazione del libro, “L’inconsapevole approccio”, era dare voce al suo popolo, che come lui stava vivendo gli orrori del conflitto.

Ironia pungente l’idea del titolo del libro che ci riporta alla realtà della guerra: una metafora, una catastrofe, un enigma, e infine l’inspiegabile silenzio di Dio davanti alle sue opere.

 

Autore dell'articolo: Teresa Pontoriero

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