La tradizione di Corajisima

Una leggenda che si rinnova a ogni Quaresima

La signora ‘Ntonuzza di Ricadi porta avanti un’antica storia

di Ilaria Giuliano

“Moriu Carnalivari! Moriu Carnalivari! Facimu u funerali. A mujjeri, a luttu, si chiusi inta a casa soi e cuminciò a filari. Si chiama Corajisima”.

Cari lettori, voi la conoscete la tradizione della bambola Corajisima? Io, prima di sentire la sua storia, no.

La signora ‘Ntonuzza di Ricadi ( e ci tiene a precisare “di via Schioppo”) mi guarda dapprima con aria di rimprovero, perché purtroppo mi sono presentata a casa sua totalmente ignorante di questa interessante storiella. Poi, cambia immediatamente espressione e mi racconta con il suo modo di fare da nonna arzilla e desiderosa di trasmettere antiche tradizioni alle generazioni di oggi.

È una vera e propria istituzione nel paese di Ricadi. Una vita di lavori e sacrifici la sua, che non le ha mai spento quella voglia di darsi da fare ed essere utile a tutti, alla sua comunità. Si è occupata letteralmente di tutto: preparazione della chiesa, fiori, tovaglie per gli altari, canti. Mi mostra tanti attestati di stima e affetto dai suoi amici, dal suo paese, numerose fotografie che immortalano i viaggi e i pellegrinaggi che lei stessa organizzava. Un punto di riferimento, insomma. Per tutti. ‘Ntonuzza è anche una brava cuoca e pasticcera: prepara i dolci tipici delle feste, torte, crostate e si mette sempre in prima linea per l’allestimento del presepe vivente. Sorridente e “sbrijjata” (sveglia e carismatica), come l’ho definita appena incontrata, ‘Ntonuzza è l’unica da noi che porta avanti Corajisima, una bambola di pezza. A dire il vero fa impressione a primo impatto, ma è quello che deve trasmettere. Corajisima, appunto, è la vedova di Carnalivari, carnevale.

‘Ntonuzza la appende in bella vista al balcone che dà sulla piazza, esattamente dal mercoledì delle Ceneri fino a sabato Santo. La quaresima, dunque. Ne ha un’altra più piccola, che la tiene in casa. Mi racconta questa storia. Alla morte del marito, Corajisima, affranta dal dolore, si chiuse in casa. E filò la lana fino al giorno della sua morte. È una tradizione di cui si sono perse le usanze nel nostro territorio. ‘Ntonuzza mi spiega che anche a Santa Domenica si usava appendere Corajisima. Approfondendo questo affascinante rito, scopriamo dal sito “calabriadascoprire.it” che la Corajisima appare proprio nella notte della morte di Re Carnevale (mercoledì delle ceneri), davanti l’ingresso delle abitazioni o sui balconi dei piccoli borghi calabresi. Corajisima è una bambola di pezza, realizzata con vecchie stoffe rattoppate, occhi, bocca e naso cuciti con un filo, un piccolo vestito sotto al quale lo scheletro, costituito da un bastoncino di legno, poggia conficcato in un frutto, limone, fico secco, arancia (in alcuni casi poteva essere anche una patata).

La corajisima reggeva sempre qualcosa in mano, nella maggior parte delle volte un fuso con del filo di lana, per simboleggiare lo scorrere del tempo. Al limone su cui poggia la corajisima venivano conficcate sette penne di gallina in senso circolare (solitamente sei bianche e una nera) che rappresentavano le sette domeniche che dalla morte di Re Carnevale si concludevano nella domenica di Pasqua.

Il limone, l’arancia, la patata rappresentano l’organo femminile e le sette penne fungevano da calendario che contava le sette settimane (quaresima) durante le quali le donne dovevano astenersi da rapporti intimi. Oltre alla bambola veniva realizzata una collana di uva passita e fichi secchi oppure straccetti di guanciale, peperoncino e aglio, in relazione ai giorni dell’astinenza dai piaceri carnali e non solo del periodo quaresimale. Corajisima non imponeva solo l’astinenza dal desiderio della carne ma anche altri divieti come cucinare in modo laborioso, mangiare dolci e soprattutto mangiare carne di maiale.

Bisognava seguire delle regole che, per tutto il periodo di quaresima, vietavano di pettinarsi i capelli e quindi farsi belli, fare pulizie in casa (spazzare per terra, rassettare il letto, ricamare). Considerati, probabilmente, delle abitudini che avrebbero potuto favorire certi “comportamenti compiacenti”.

Grazie ‘Ntonuzza, per essere una vivace cittadina ricadese che mi ha insegnato questa tradizione. E grazie per essere una donna sorridente e sempre pronta ad arricchire Ricadi di usanze e antichi costumi.

 

Autore dell'articolo: Redazione

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